Premesso
che non riteniamo degli "asini" gli studenti costretti ad un percorso
didattico dequalificato, ricordiamo che l'ANDU, anche assieme alle Organizzazioni
unitarie dell'Università, ha più volte chiesto al ministro Mussi
di avviare con urgenza un serio monitoraggio della riforma della didattica, coinvolgento
tutte le componenti del mondo universitario e le sue rappresentanze. Il Ministro,
nel frattempo, ha dichiarato che "la riforma del tre più due funziona",
cosi' come continuano a sostenere, contro ogni evidenza, coloro che l'hanno imposta.
30
ottobre 2006
=====
da
http://www.aprileonline.info:
Gli asini
del tre più due
Marina Montacutelli,
24 ottobre 2006
Dibattito Un'indagine
dell'Istat rivela un clamoroso - e non del tutto
inatteso - fallimento della
riforma universitaria che separa la carriera
degli studenti in due tappe distinte.
Primo motivo, la carenza degli
iscritti che sono diminuiti di ben 16 mila unità
Qualcuno
l'aveva detto, che tre più due genera asini. Che si voleva ridurre
l'università
a un discount. Che questo avrebbe cagionato, e non certo nel
lungo periodo,
perversi effetti collaterali: l'estendersi di logiche
utilitaristiche, la subordinazione
della qualità senza avere in cambio
neanche la quantità, l'affannarsi
necessario - stante il titolo aereo,
breve ma anche magistrale - nella babele
dei privatissimi e costosissimi
master. Che la pretesa funzionalità
al mondo produttivo scantonava verso un
sapere minimo, imbalsamato, debole
e contraddittorio, inutile e
inutilizzabile anche per le imprese. Che la riforma
escogitata dagli allora
ministri L. Berlinguer e O. Zecchino - e mantenuta
nel suo impianto di
sostanziale giro d'affari dal governo successivo - esprimeva
solo, in un
falso miscuglio di liberalismo e "democraticismo", una
profonda ignoranza e
una crassa, scimmiottante subordinazione culturale: americani,
senza esser
l'America. Che invece del "tecnicizzante" e "professionalizzante"
avviamento
al lavoro - riservato a chi in America non può andare -
bisognava pensare
ad un percorso educativo indirizzato non al "come" ma al
"perché"
delle cose e dei processi.
Ora - dopo
Alma Laurea, che nessuno ha voluto leggere - ce lo dice anche
l'ISTAT. Conti
alla mano, la riforma sta fallendo per mancanza di
avventori: nell'anno accademico
2005-2006 si sono iscritti 16 mila studenti
in meno. Probabilmente, il 20 per
cento di loro abbandonerà prima del
secondo anno; non sappiamo ancora
quanti arriveranno alla laurea, essendo
sovrastimati finora i dati dagli araldi
del 3+2. Guardando figli e nipoti
abbiamo qualche idea, invece, della qualità
del pezzo di carta come
attesta, infatti, l'Istat: i giovani dichiarano anche
(62,4%, e sono
davvero più saggi di noi) che il nuovo sistema ha peggiorato
la qualità
culturale complessiva.
Il parco-clienti, dunque, si assottiglia;
le università, nella loro
rispettabilissima autonomia, rischiano il
fallimento; i docenti - unici
colpevoli, ché il cerino in mano a qualcuno
bisogna lasciarlo - non sono in
pericolo solo perché diminuiscono anche
loro: nella nuova finanziaria il
turn over sarà assicurato, al solito,
dal solito precariato. Che, per la
verità, l'America non la vorrebbe:
avrebbe bisogno di maggiori risorse, di
libertà intellettuale, di diritti
sociali e lavorativi; vorrebbe poter
scegliere la propria vita senza la spada
di damocle della - continua -
temporalità. Vorrebbe una cosa chiamata
"dignità", come persona e come
lavoratore.
E
allora, tra le tante, una domanda postami da un acuto e intelligente
osservatore:
invece di vaneggiare e vaniloquiare di diritto al successo
formativo [sic]
senza che nessuno mandi gli autori di queste evanescenze a pelar patate, c'è
qualcuno che ha invece una sia pur vaga idea - e poi sia capace - di una politica
della formazione (dalle elementari all'università) che non sia qualunquismo
demagogico? C'è ancora qualcuno che ha voglia di combattere per la cultura,
il sapere, la ricerca pensando - anche, peraltro
- alla loro funzione civile?
C'è qualche uditore, qualche interlocutore di
questi valori universali,
di questi fondamenti della civiltà? In questi
anni ci siamo sentiti
grilli parlanti o rane gracidanti nel fango che
eravamo costretti a propinare,
insieme a un sapere trasmesso in dosi
omeopatiche; siamo stati e siamo offesi
da questo trionfante, inarrestabile
taylorismo.
Come
ha notato qualcuno, e senza aver bisogno dei dati Istat: l'università
è
lo specchio della società; nel nostro caso, di un Paese diventato
oligarchico
e avviato al declino: dunque, se il destino di un giovane è
quello di
finire in un call center non occorrono tanti investimenti. Ma
quel che è
certo - dice un precario - è che nessuno potrà trarre vantaggio
da
corsi di laurea à la page concepiti, ogni tre anni, per tenere a bada
tardoadolescenti
familisti in mano a una casta che si vuol screditare e
rendere cinica venditrice
di crediti, non importa - tutto sommato - se di
destra o di sinistra.