22
giugno
== Carlo BERNARDINI (Roma
La Sapienza): "Far West"
dall'Unità
del 20/06/06:
Far West Università
Carlo
Bernardini
Una riforma di buone intenzioni,
come quella varata da Luigi Berlinguer e
che va sotto il nome di 3+2, ha scatenato
una guerra che, a volerla
nobilitare, si può chiamare di religione ma
più volgarmente somiglia a
quella ta agricoltori e allevatori in un
unico Far West (l'Università).
Veniamo al sodo: Berlinguer constatò
(ai tempi suoi, cioè prima che
passasse il governo d'occupazione berlusconiano,
con le truppe occupanti
agli ordini del generale Brichetto) che l'età
dei neolaureati italiani era,
in media, molto alta, oltre i 27 anni; che le
università avevano un numero
enorme di studenti fuori corso magari impegnati
per anni in una tesi di
ricerca, che il numero degli abbandoni degli studenti
era assai elevato, in
media il 70% degli iscritti iniziali. Aggiungendo a tutto
ciò che
l'università italiana era diversa dalle altre, europee
in particolare, e
che spesso le nostre poche lauree andate in porto equivalevano
a dottorati
stranieri, Berlinguer pensò bene di adoperarsi perché
il nostro sistema
producesse più laureati e meno frustrati, agendo sula
natura stessa dei
titoli, sull'ordine degli studi e sulla complessità
dei corsi. Nacque la
formula 3 + 2, che richiedeva che gli universitari si
rimboccassero le
maniche e concepissero e organizzassero i loro insegnamenti
in modo
efficiente. Alcune Facoltà lo fecero (gli agricoltori) perché
abituate a
forme cooperative di gestione dei corsi di laurea: l'autonomia voluta
già
da Ruberti lasciava ampi margini di proposta, si trattava perciò
solo di
farla, quella proposta. Naturalmente, tutti gli «agricoltori»
sapevano
benissimo che si sarebbe trattato di proposte sperimentali e che nessuno
avrebbe
vietato di ottimizzarle nel tempo, con la pratica. Gli
«allevatori»,
invece, avevano da pascolare ciascuno la propria mandria e
quindi scarsa attitudine
a collaborare. Non capirono il problema:
incominciarono a mugugnare sempre
più intensamente, sinché alcuni
opinionisti dei giornali, tra
cui il prof. Pietro Citati su Repubblica
(che, a rigore, allevatore professionalmente
non è, e tanto meno
agricoltore) le sparò grosse, scrivendo che
solo gli allevatori
appartengono all'élite dirigenziale, che gli agricoltori
sono solo tecnici,
che gli animali devono pascolare liberamente su territori
liberi e vasti,
che se ci sono animali in eccesso meglio destinarli a lavori
pesanti che
non continuare ad allevarli per incrementare le greggi. Fuor di
metafora,
Citati scrisse (e non era la prima volta) che solo gli umanisti potevano
aspirare
alla dirigenza, che gli studenti in eccesso potevano fare i
fruttivendoli o
i falegnami e altre sublimi prospettive di questo tenore.
Siamo al punto, registrato
dal frenetico scambio in rete attraverso
l'associazione Andu di docenti universitari,
che le posizioni si sono
radicate e appaiono inconciliabili. Il sistema delle
abitudini e degli
stili di vita di agricoltori e allevatori è profondamente
diverso; anche le
offerte formative lo sono e nessuno oserebbe gridare che
quella degli altri
è inaccettabile. Eppure è così: se
il contrasto non scoppia, il bubbone
infetterà tutto il sistema: Questo
è un caso di conflitto in cui manca una
buona ideologia di riferimento,
dalla parte dei giovani, con interrogativi
di questo tipo:
1 - Una comunità
nazionale deve o non deve aspirare ad avere un sistema
pubblico di istruzione
che raggiunga il maggior numero possibile di giovani?
2 - La cultura consiste
forse soprattutto in forme di erudizione o in
capacità operative?
3
- Perché preferire una straziante e inutile tesi di 300÷500 pagine,
confezionata
in più di un anno, a una dissertazione agile e concettosa di
30 o 40
pagine costruita in 3 o 4 mesi con una piccola ricerca personale?
4 - Perché
preferire ciò che si faceva in 4 anni a ciò che si può fare
in
3+2=5 anni, senza preoccuparsi anche di eventuali impieghi dei laureati
nei
primi 3 anni?
Penso che un motivo forte per avere gente giovane con
un titolo valido sia
quello di aprire gli occhi sul degrado a cui conducono
le politiche della
formazione che abbiamo appena superato con la caduta del
governo
Berlusconi. Ma, nelle condizioni al contorno a cui siamo tornati, i
risultati
dipendono solo dall'impegno e dalle idee che sappiamo metterci
noi docenti.
========================
==
Daniele MARINI (Milano Statale): "I veri crediti"
From:
Daniele Marini (Università di Milano)
Subject: Re: "3+2":
due interventi. Convegno l'11.7?
Date: Sat, 17 Jun 2006 10:38:59 +0200
To:
ANDU <anduesec@tin.it>
Con preghiera
di diffusione, commento sull'intervento di Alessandra
Ciattini (v. nota).
E'
errato definire il credito didattico come " ... quantità di
apprendimento
in un determinato settore disciplinare accumulata da uno
studente."
Per
una corretta definizione dei crediti didattici si puo' fare
riferimento a una
breve presentazione da me curata per il CUN nel
1998, che si puo' consultare
in questo sito:
http://homes.dico.unimi.it/~marini/CUN/CREDITI/
Nell'ultima
pagina ci sono riferimenti bibliografici a documenti
uffuciali che descrivono
il sistema ECTS (European Credit Transfer
System).
All'epoca
consideravo con un certo entusiasmo l'introduzione dei
crediti, ma onestamente
mi sono pentito e citerei il commento di
Fantozzi alla "Corazzata Potemkin"
per qualificarli in modo sintetico.
Un
giudizio piu' preciso porta pero' a rilevare che l'opinione di
Alessandra Ciattini
e' assai diffusa ed e' forse la causa del
fallimento dei crediti nel sistema
universitario italiano. Questo
punto di vista ha portato gli stessi studenti
a considerarli con un
atteggiamento rivendicativo e, direi, "sindacale".
Ha anche portato i
docenti e le facolta' a perdere di vista la funzione essenziale
che
era quella di facilitare la mobilita' degli studenti tra atenei e
corsi
di studio, sia italiani sia europei.
Ben
venga un dibattito sul sistema dei crediti per rimetterli nella
giusta prospettiva.
In assenza di cio' meglio sarebbe eliminarli.
Daniele
Marini
Nota. Per il testo dell'intervento
di Alessandra Ciattini:
http://www.orizzontescuola.it/article11016.html
==============
==
Carlo DEL PAPA (Udine): "dare a Cesare ..."
Vorrei
provare a rispondere alla collega Ciattini di Roma, con la quale
parzialmente
dissento, per esempio quando dice:
"A me sembra evidente che la nozione
di CFU comporti la subordinazione
dell'istituzione universitaria al mercato,
da cui deriva inevitabilmente lo
stravolgimento della funzione tradizionale
dell'università,." e più in là:
"Lo stravolgimento
si sta già concretando in quelle trasformazioni, che
stanno sotto i
nostri occhi: l'università non deve essere più
un'istituzione
dedita alla ricerca di base e di lungo periodo,."
Certo che l'Università
deve rimanere il posto in cui si fa la ricerca di
base, ma questo non è
in contraddizione con la richiesta che essa sia anche
un luogo in cui si formino
i giovani, né lo è mai stato. I compiti
dell'Università
sono molteplici: la ricerca di base, quella applicata e
l'insegnamento. Nel
formare i giovani dobbiamo sia formare quelli che
lavoreranno all'esterno dell'Università
(Industria, ma anche, scuola,
banche, dirigenza dello stato e burocrazia, libere
professioni ecc.), oltre
a quelli che lavoreranno nella docenza e nella ricerca.
Se è giusto
pretendere di sapere cosa sia e come si formi un buon ricercatore/docente,
perché
dobbiamo pretendere di sapere cosa sia un buon ingegnere che lavori
nell'industria
dell'auto o in quella elettronica? Facciamocelo dire così,
pur senza
rinunziare a dire la nostra, e accettiamo quello che viene fuori
dalla discussione
con il resto della società civile, economica e politica,
che certo ha
qualcosa da dire su tale soggetto. Se gli piacciono i CFU, che
se li tengano.
In questo modo non potremo essere più accusati di essere
"autoreferenziali"
e ci mostreremo più democratici (ché anche di questo si
tratta).
Se errori si faranno, saranno gli errori di tutta la società.
E' vero
tuttavia che la formazione dei ricercatori e la ricerca sono affari
nostri:
qui abbiamo tutto il diritto di essere "autoreferenziali". Il
mercato
del lavoro qui è il nostro mercato e sappiamo noi cosa va fatto.
Qui
non bisogna accettare compromessi. In somma, penso che sia giusto dare
a Cesare
quello che è di Cesare, ma anche prenderci quello che è nostro.
Certo
occorre fare in modo che in un corso strutturato in un certo modo
(3+2) ci
stia sia la formazione dei ricercatori che quella dei destinati ad
altri settori:
non mi pare un compito impossibile.
Cordialmente
Carlo del Papa
Ordinario
di Fisica Generale
Università di Udine
20
giugno
== Alessandra CIATTINI (Roma La Sapienza):
Ma
a che servono i crediti?
Ho seguito con
interesse e partecipazione il dibattito sul 3 + 2, ma sono
anche rimasta un
po' delusa. Mi sono chiesta: come mai scienziati e
studiosi insigni non si
sono posti il problema centrale, che sta alla base
dell'introduzione dei CFU?
Perché si sono soffermati su aspetti sì
importanti, ma non sono
andati alla radice del problema?
Il perché
non lo so e non voglio essere maliziosa, ma desidero
semplicemente dare un
piccolo contributo al dibattito svoltosi con il
supporto dell'ANDU.
Come
si ricava dai documenti ufficiali, con i quali è stato avviato il
cosiddetto
"spazio europeo dell'educazione superiore", i crediti misurano
la
quantità di apprendimento in un determinato settore disciplinare
accumulata
da uno studente. Ma perché è necessario misurare la quantità
di
apprendimento in un determinato settore disciplinare? La risposta è
abbastanza
semplice. In un mercato del lavoro, che richiede sempre più
flessibilità
e mobilità, è necessario che i datori di lavoro siano in grado
di
misurare la quantità delle conoscenze acquisite dagli individui, che
intendono
assumere per svolgere un determinato lavoro. In conclusione, il
CFU consente
di misurare quantitativamente (la qualità sembra non contare)
la preparazione
di un futuro lavoratore in un certo ambito
indipendentemente dal paese e dall'università,
in cui ha accumulato i suoi
crediti.
A
me sembra evidente che la nozione di CFU comporti la subordinazione
dell'istituzione
universitaria al mercato, da cui deriva inevitabilmente lo
stravolgimento della
funzione tradizionale dell'università, che ovviamente
- nonostante i
suoi detrattori - non è mai stata chiusa alla società ed
alle
sue domande. Basti pensare a tutti quei movimenti che sono nati nelle
università
e che hanno cercato di intervenire su problemi politico-sociali
importanti.
Lo
stravolgimento si sta già concretando in quelle trasformazioni, che
stanno
sotto i nostri occhi: l'università non deve essere più
un'istituzione
dedita alla ricerca di base e di lungo periodo, i cui frutti
sicuramente non
potranno vedersi nell'immediato futuro; non deve essere più
un'istituzione
che, grazie alla ricerca sociologica ed umanistica,
prefigura addirittura nuove
forme di vita sociale. Essa non deve essere più
"autoreferenziale"
(come dicono i nostri innovatori), ma deve aprirsi al
mercato, alle sue esigenze
e ai suoi bisogni. Essi dimenticano di dirci che
anche il mercato è
autoreferenziale; infatti, ha le sue leggi che
determinano il successo e l'insuccesso
di una determinata strategia economica.
Affermare
che i crediti svolgono la su menzionata funzione e comportano lo
stravolgimento
dell'istituzione universitaria, non significa andare
controcorrente, ma constatare
un'ovvietà. D'altra parte anche il Presidente
della CRUI è consapevole
dei rischi di tale stravolgimento o meglio della
subordinazione al mercato.
Infatti scrive: << Lo sviluppo della conoscenza
sarebbe a forte rischio
se subordinato esclusivamente a logiche di mercato.
Si avrebbe il declino di
aree di grande rilevanza culturale poco appetite
dal mercato>> (Trombetti
G., Tre misure urgenti per il rilancio
dell'Università, Sole 24 Ore,
26 maggio 2006).
Se ha ragione Trombetti
possiamo solo ipocritamente chiederci: fino a che
punto il mondo universitario
può piegarsi alla logica del mercato, senza
diventarne un'appendice?
Alessandra
Ciattini
============
===
Piersante SESTINI (Siena):
Il dibattito
mi pare insolitamente vitale e già questa è una gran cosa.
Alcuni
aspetti IMO positivi che mi pare di aver colto nel dibattito finora:
1)
Volontà da parte dei più di essere propositivi e positivi: con i
"no"
e basta ci si trova a spendere energie futilmente in una pessima
compagnia
di conservatori, nostalgici e neorestauratori, come è
puntualmente successo
nel caso dei provvedimenti della Moratti,
risultati poi, come prevedibile,
piuttosto innocui sia nel bene che nel
male.
2)Riconoscimento
che è sulla qualità della formazione che si gioca la
questione,
e che se non la si misura in qualche modo non si la potra'
modificare. E che
per qualità si intende (nello spirito della
Costituzione) lo "standard"
a cui vogliamo portare tutti (o quasi) gli
studenti, non pochi "eccellenti".
Il che non esclude ovviamente che
diverse sedi, o studenti della stessa sede,
non possano raggiungere
livelli diversi. Per questo serve un sistema serio
di valutazione e
certificazione della qualità della formazione.
In
questo rimarcherei due cose:
a)la diatriba su come fosse la formazione prima
della riforma si
risolve facilmente: dava ad alcuni una ottima formazione ma
era
disomogenea per facolta', sede, gruppi di studenti. L'idea del 3+2 per
tutto
e tutti era fin dall'inizio visibilmente cretina, ma questo non
vuol dire che
cio' che c'era prima fosse l'eta' dell'oro, ne' che per
qualche corso non possa
andare ottimamente.
b)stabilito che la valutazione dei prodotti della didattica
e della
ricerca sarà vitale (e che su questo si gioca quasi tutto),
va detto
chiaro che il CIVR e' un pessimo modo di farla che pare messa su dagli
"autoeccellenti"
per dare fumo negli occhi e garantirsi risorse ai danni
di tutti gli altri.
Un sistema di valutazione serve principalmente ad
identificare i punti deboli
che necessitano di interventi, non i "punti
di eccellenza".
3)Ricerca
di un modo positivo e non ambiguo di ridefinire l'"autonomia
universitaria",
che non puo' essere intesa, com'e' ora, "voi ci date i
soldi e noi si
spendono come ci pare", ma va coniugata al principio di
responsabilità
(per cui chi paga si prende la responsabilità delle
scelte) e ad una
reale liberalizzazione, dal momento che i modi e i
tempi mecessari per raggiungere
uno standard di qualità ovviamente
possono cambiare da caso a caso e
anche da sede a sede.
L'aspetto che ho sempre apprezzato di più nell'ANDU
è la ricerca di un
modo di dare forza alle molte forze capaci e volonterose
presenti
nell'università. E' bene pero' rendersi conto che da sole queste
forze
non ce la fanno ed è tempo di guardarsi attorno e di cercare alleati
anche
fuori dell'università.
All'interno
di un percorso che non ammettera' soluzioni semplicistiche,
l'abolizione dei
concorsi e del valore legale del titolo di studio (o
comunque un qualche meccanismo
di disinnesco delle "cupole" dei settori
disciplinari) mi paiono
due possibilità da discutere e non demonizzare.
saluti,
Piersante
Sestini
Professore associato di Malattie Respiratorie
Università
di Siena
19 giugno
From:
"Marina Montacutelli" :
To: "'ANDU'" <anduesec@tin.it>
Subject:
contributo sul 3+2
Date: Wed, 14 Jun 2006 01:20:17 +0200
Cari
colleghi,
come contributo al dibattito sul 3+2 vi invio, in allegato, l'intervento
che
ho presentato ieri al forum dei DS "E quindi uscimmo a riveder le
stelle".
Il testo e' stato pubblicato su Aprile on line e, ovviamente,
vi autorizzo
a diffonderlo
Cordialmente
Marina Montacutelli
===========
Intervento
al Forum DS "E quindi uscimmo a riveder le stelle.", Roma - 12
giugno
2006
Pubblicato su Aprile on line, 14 giugno 2006
Il
re è nudo?
Passeggiata in uno dei tanti gironi infernali
Marina
Montacutelli
Tra i vari gironi infernali
possibili - quello di qualche presidente
simoniaco e superbo, che svende la
scienza inseguendo l'azienda; quello di qualche direttore, che dovrebbe camminar
sfiancato per il peso di cappe di piombo, come meritano per padre Dante gli ipocriti;
quello - subìto - di chi è costretto a conoscer lo pane altrui,
magari oltreconfine; quello dell'usanza italica dei cambiacasacca, cioè
dei traditori della patria o degli amici (anche se camuffati da astuti Ulisse
o da proficui,
autoreferenziali girotondi); quello delle Malebolge, dove troviamo
i
ruffiani, gli ingannatori e i lusinghieri; quello dei predoni di questi
anni,
che Dante immergerebbe nel sangue bollente - ve ne propongo un altro, di girone.
Conficcato giù, nel profondo dell'inferno. E ben radicato, nel tempo e
nelle convinzioni.
Con una premessa: se non ora, quando?
Quando, cioè,
parlare? Giacché ci troviamo- sui temi dell'università e
della
ricerca, temo non solo per quelli - in ciò che mi sembra ancora un
brodo
primordiale, nei programmi e nelle sia pur buone intenzioni: quando, se non ora,
che abbiamo finalmente finito di dar conforto alla sparuta pattuglia di deputati
e senatori che, anime in pena, si aggiravano in un parlamento umiliato e offeso?
Quando, se non ora, che guardiamo le macerie fumanti del Paese e dei luoghi del
sapere e non sappiamo dove cominciare a metter le mani? Quando, se non ora, che
il tempo delle promesse è davvero finito, e non lo dice solo Montezemolo?
quando, se non ora, dobbiamo parlare e cominciare a metter ordine e dar corpo,
senso, direzione a questo brodo primordiale del programma?
E dobbiamo prender
l'astronave, o contemplarle soltanto le stelle che
usciamo - certamente - a
rivedere? E l'astronave che vogliamo prendere è
un'astronave che va
a pedali?
Ed è qui, che dobbiamo parlare? Ci ascolterete? A me, in questi
giorni,
l'hanno chiesto in tantissimi.
Il
girone infernale, uno tra i tanti possibili, è quello dei barattieri:
sommersi
nella pece e uncinati dai diavoli. Oppure quello dei falsari,
afflitti da lebbra
o scabbia. Molti di noi dovrebbero cominciare a
grattarsi furiosamente: eppure
la pena più grave, per padre Dante, spetta a chi pecca consapevolmente.
Dove e quando ha peccato, chi di noi rilascia il titolo breve o magistrale? Il
nostro mestiere è esercitare i cervelli, non allevare asini; pure, sembriamo
tanti Lucignoli. Siamo falsari e barattieri, perché facciamo mercato fraudolento
di un titolo pubblico, e
ancora con valore legale. Chi ci ha messo, e perché,
in questa situazione? Compito della politica è dare il quadro normativo,
e le risorse, affinché anche da un cattivo professore possa uscire comunque
un discreto studente. Non è questa la situazione delle università
italiane, non c'è la "concorrenza sulla qualità" ma, piuttosto,
centri luminescenti sotto i riflettori, autonominatisi d'eccellenza o proclamati
tali per decreto e spesa pubblica quando le università non hanno neanche
la carta e le aule. Abbiamo però l'"accoglienza", anche se non
vendiamo - con tutto il rispetto - prosciutti e ci manca ancora il "customer
care". Abbiamo però la pubblicità allettante (finché
non ci acciuffa l'authority per l'ingannevole), per rubarci l'un l'altro gli studenti
e rientrar così nelle tabelle ministeriali: eppure, per una buona università,
il biglietto da visita dovrebbero essere i suoi laureati.
Gli ultimi anni hanno
solo fertilizzato il terreno, producendo una
"serialità necessitata"
(il tre, e poi il 2) per quella che è stata
definita una laurea - obbligatoriamente
magistrale, ma di ignoranza -
davvero inutile. Necessitata da un paese sfiatato
ed economicamente
disperato; necessitata da una società che produce
attempati adolescenti a casa di mammà, sfiduciati cacciatori di crediti
tanto la prospettiva è
l'agenzia o il progetto, come si chiama adesso;
necessitata da una politica che ha prodotto lemmi da partita doppia, che mercificano
un sapere disseccato e svilito, ingravidato di pressappochismo e ignoranza. Noi,
ora nel girone infernale, non avevamo chiesto l'America; ce l'hanno data lo stesso:
ma quella delle pianure, non certo Princeton; ce l'hanno poi spacciata per Europa,
e non è neanche questo perché nel continente stanno persino riconsiderando
i sistemi di alta formazione perché non funzionano e spostano solo più
in là - o più nelle casse dei privatissimi master - l'asse della
professionalizzazione, se è questo l'unico terreno - insieme a quello delle
performances - che si vuol praticare. Questa università è speculare
a un Paese in declino e che dichiara la propria bancarotta; produce un Paese tayloristico
nella forma e balbuziente nella sostanza.
La
pagheremo tutti.
E non mi riferisco soltanto,
come ci dicono sempre, alla materie
umanistiche. E non mi riferisco soltanto,
perché i dati non sono il
latinorum e sappiamo leggerli e produrli anche
noi, a quel che ci dice Alma Laurea, rispettabilissimo e serissimo consorzio -
peraltro a pagamento - di 48 università italiane in campione purtroppo
non statisticamente significativo sulle tante, ormai disseminate in ogni campanile.
I dati, per chi vuol cercarli, ci sono: e ci dicono che i laureati non sono aumentati
(basterebbe scorporare, e guardare alla data di immatricolazione) e i tassi di
uscita relativi alla totalità della coorte si stimano intorno al 40% (su
un piccolo campione di università di media dimensione e in media ponderata)
tra il primo e il secondo anno, e intorno al 15% tra il secondo e il terzo anno:
è tanto, per chi aveva dato - a noi e alla società - la fiducia
di iscriversi all'università. Aumentano gli iscritti, non certo nelle facoltà
tecnico-scientifiche peraltro, e poi se ne vanno. Quelli che restano, continuano
stancamente ad accumular crediti e a subire un sapere parcellizzato e screditato,
spezzettato e propinato quando e come si può: d'altra parte, perché
correre verso il call center? Giacché, con la nuova laurea, non si trova
certo più lavoro e questo lo dice pure Alma Laurea che ci conforta anche
su un altro dato: i laudatores del nuovo sistema hanno guardato alle "performances"
dei primi laureati, per autoconfermarsi e legittimarsi: ma "è evidente
che i primissimi laureati post-riforma [.] non possono che essere i migliori laureati
in assoluto rilevati in termini di performance e, come tali, raggiungere spesso
livelli di eccellenza". A regime, gli studenti hanno capito e le aziende
pure: e il lento pede rimonta vittorioso, confortato dall'economia, dalla politica
e dalla società.
Noi non abbiamo
bisogno di un lifting che certifichi e ratifichi la
strategia dell'esclusione.
Abbiamo bisogno di un progetto forte e
condiviso, perché le riforme
senza condivisione hanno il crisma
dell'autoritarismo e comunque falliscono.
Perché ogni reazione ne produce, quantomeno, una uguale e contraria. Perché
anche noi abbiamo una dignità. E perché, dopo l'assolutismo, c'è
stata la rivoluzione francese.
L'auspicio
sarebbe che si creino gruppi di lavoro permanenti tra noi ed una seria ricognizione
statistica del sistema del 3+2 e dei crediti al
Ministero: senza dar nulla
per scontato, perché - a me - il re sembra nudo e serve solo un bimbo che
lo gridi.
Mi chiedo, infine, cos'è
questa "governance" di cui si parla tanto: perché
occorre
cambiare davvero mentalità, se si vuole essere uomini di stato e
capaci
di "sovranità", e non solo rappresentanti di fazioni. Anche,
se si
ha l'intenzione di proporla di tipo "just in time": ricordandoci
che il
modello giapponese, sia nel suo comprar brevetti che nella sua fabbrica
senza
uomini (e forse senza costrutto), è fallito da almeno quindici anni.
Lo
so che avere a che fare con noi non è facile: come chi diceva contro
Galileo,
nella sua versione brechtiana: "il mondo è percorso da
un'inquietudine
nefanda; e l'inquietudine dei loro cervelli, costoro la
trasferiscono alla
terra (.) immobile.(.) Loro mettono in dubbio ogni cosa;
e possiamo noi fondare
la compagine umana sul dubbio, anziché sulla fede?" .
E'
vero, noi dubitiamo.
14
giugno
== Gianni MATTIOLI (Roma La Sapienza): Ruberti e la laurea breve
Sono
interessato a partecipare ad un'occasione di approfondimento sul
"3+2"
(v. nota). L'esperienza fatta sin qui mi sembra sufficentemente
distruttiva.
Ho avuto modo di approfondire a lungo con Antonio Ruberti la
sua idea di laurea
breve: si trattava di percorsi accuratamente studiati
per quei casi in cui
precise mansioni richiedessero determinati strumenti
di formazione.
Nel
pensiero di Ruberti, dunque, non sarebbe stata accettabile una adozione
generalizzata
- e priva di una ricognizione sul mercato del lavoro - della
laurea breve.
A chi poi cita la laurea breve come strumento per superare la
piaga dell'abbandono,
più diffusa tra gli studenti provenienti da fasce
sociali più
deboli, mi pare si debba rispondere che è davvero stolto
pensare di
risolvere questo problema abbassando il livello della laurea:
altri strumenti
prevede la Costituzione per gli studenti meritevoli e
bisognosi!
Gianni
Mattioli
Nota. Mattioli si riferisce
all'ipotesi dell'ANDU di promuovere un Convegno
nazionale sul "3 + 2"
da tenersi a Roma martedì 4 luglio 2006. L'ANDU
invita coloro che sono
intervenuti on-line e tutti coloro che sono
interessati a comunicare al più
presto la loro disponibilità a partecipare
di persona al Convegno in
modo da consentire di decidere se ci sono o meno
le condizioni per promuoverlo.
===============
==
Elio CABIB (Udine): E a Ingegneria?
Dice
Carlo Bernardini (v. nota):
"....Per i fisici, so cos'è: il "tecnico
di laboratorio" è scomparso
inopportunamente dalle scuole superiori;
molte ditte e gli ospedali hanno
bisogno di persone che facciano funzionare
gli strumenti, eccetera. Anche
per un matematico da 3 saprei dire che cosa
ci sarebbe, e così chimici e
biologi (laboratori d'analisi, per esempio).
Qualcuno ha fatto l'esercizio
per gli storici e i filosofi? Senza offesa, mi
presterei volentieri a farlo
io, le idee non mi mancano. Mi mancano per il
latino, è vero, ma anelo a
sentire sprazzi di creatività e fantasia
da colleghi competenti. Eccetera.
....."
E per gli ingegneri? Ce l'ha
qualche idea su come far funzionare il 3+2?
Cosa deve essere un ingegnere triennale,
uno che non sa nulla di scienza ma
e' un tecnico-perito-geometra-aggeggione
oppure un meccanico teorico
razionale dei continui che non sa progettare nemmeno
un tombino?
Elio Cabib
Nota. Il periodo
dell'intervento di Bernardini citato da Cabib è preceduto
da questa
frase: "Insomma, proviamo a partire dall'osservare che 3+2=5 e
che 5 è
più di 4, durata dei vecchi corsi; e organizziamo le cose in modo
che
fermandosi a 3 ci sia un mestiere di ripiego riconosciuto dal mondo del
lavoro."
==============