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da
Carlo BERNARDINI (Roma La Sapienza)
Cari
amici dell'ANDU,
non mi meraviglia il bombardamento di umanisti contro il 3+2.
Ma sono
sbalordito del fatto che distribuiscano colpe così disinvoltamente
senza mai
chiedersi perché sono solo gli umanisti a protestare. La volgare
posizione
di Pietro Citati su Repubblica forse contiene il germe delle difficoltà:
Citati
è convinto che l'élite dirigenziale sia fatta solo di umanisti
eruditi
e che è sciocco ridurre i drop out restando così privi di
fruttivendoli
e falegnami. Noi dei settori tecnico scientifici non abbiamo
certo vita facile,
ma abbiamo cercato di "ottimizzare" la situazione:
Luciano Modica
lo ha spiegato bene su Repubblica giorni fa. Ma noi, per
tradizione, collaboriamo
tra docenti, stiamo nei dipartimenti dove
dialoghiamo con gli studenti, ci
occupiamo di cose da capire e non solo da
leggere (Citati e altri ne fanno
sempre una questione di numeri di pagine; e
sembra la sola). Poi ci sono gli
screditati che si sentono offesi (4
crediti? al cocchier ne dà 6), sempre
tra gli umanisti: bé, c'è qualcosa di
comico in questo modo solennemente
ingenuo di difendere il diritto acquisito
di usare l'università il meno
possibile per starsene in luoghi meno
infestati da giovani. Perdonatemi lo
sfogo, che è bonario e si rivolge solo
a quei colleghi che non hanno
ancora guardato nell'orto del vicino. Bussate
e vi sarà aperto: anche
noi "tecnici" (absit injuria...) vorremmo qualche
miglioramento,
ma non pensiamo che tornare a lauree all'antica risolva i
problemi.
Con
saluti
Carlo Bernardini,
Dpt di Fisica, Università di Roma, la Sapienza
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da
Leopoldo CERAULO (Palermo)
Cari colleghi,
ho
seguito con interesse tutti gli interventi sul 3+2. Mi pare che sia
sterile
una differenziazione tra lauree tecnico-scientifiche ed umanistiche
ed anche
limitare la discussione al 3+2.
Come ricercatore in ambito scientifico, preferisco
tentare un approccio
sperimentale.
Per
la mia esperienza oggi i nostri laureati hanno una preparazione ed una
capacità
critica molto inferiore rispetto all'analogo "prodotto"
antecedente
i provvedimenti sull'autonomia.
Tralasciando l'aspetto relativo alle strutture
(aule, laboratori, ect.),
ciò può essere attribuito a:
* Una
riduzione della qualità dell'insegnamento.
* Una minore preparazione
degli studenti che accedono agli studi
universitari.
* Una inadeguatezza
dei nuovi curricula formativi.
Anche
se penso che i primi due punti abbiano un certo rilievo, ed in
particolare
una inevitabile riduzione della qualità dell'insegnamento per
l'enorme
aumento (fittizio) dell'offerta formativa che comporta un
sovraccarico didattico
dei docenti, a mio avviso il punto più importante è
che i nuovi
curricula sono sicuramente peggiori di quelli precedenti.
Indipendentemente
dal numero dei crediti dei singoli insegnamenti, è
impensabile che uno
studente possa sostenere un numero di esami annuali
superiore a 6, e tutti
sappiamo come l'autonomia ha portato ad aumentare a
dismisura il numero di
insegnamenti.
Sono convinto che l'impianto generale di un corso di laurea dovrebbe
essere
definito a livello nazionale, con poche varianti che rispecchino le
specificità
delle varie sedi.
Credo che sia necessario affrontare in maniera seria e non
affrettata una
riorganizzazione dei percorsi formativi, ed in prima istanza
preferirei il
sistema precedente che permetteva una formazione adeguata ed
apprezzata
anche all'estero.
Dopo si potrà pensare a come organizzare,
se si vuole anche un 3+2, un 2+3
o quant'altro, fermo restando che il primo
periodo deve fornire le
conoscenze di base indispensabili, ed il secondo la
formazione
specialistica, mentre attualmente è esattamente il contrario.
Cari
saluti,
Leopoldo Ceraulo
Professore Ordinario di Chimica Farmaceutica
Università
di Palermo
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da
Giacomo RASULO (Napoli Federico II)
Cari
Colleghi
Dopo tanto patire considerandomi un "asociale" poiché
vedevo nella legge
Berlinguer la totale distruzione dell'insegnamento universitario
di qualità,
oggi sono sollevato dallo scoprire di non essere solo.
Altra
cosa che non ho mai compreso bene è cosa sia l'autonomia
universitaria:
significa
autonomia del pensiero? principio fondamentale! ma questo, per
fortuna non
era stata mai messa in dubbio;
significa libertà d'insegnamento? principio
basilare per l'insegnamento
universitario che non è dottrinale ma formativo,
ma anche questo, per
fortuna, non era stato mai messo in dubbio da nessuno,
ma sta fortemente
vacillando con la riforma Berlinguer, per la quale agli studenti
dei tre
anni iniziali non posso che dare molte nozioni informative e pochi
principi
formativi.
significa libertà di programmi? ma questa è
sbagliata se avulsa dalle
richieste del mercato del lavoro, e pertanto un processo
autonomo non è
detto che debba essere libero da qualsiasi vincolo.
Pensando,
però, al grande successo di mercato che hanno avuto, nel campo
della
medicina, i corsi triennali, completamente avulsi dai corsi di sei
anni della
laurea magistrale, mi viene in mente che il principio di
autonomia universitaria
potrebbe essere quello che, volendo discutere di una
nuova legge universitaria,
questa parti dalla considerazione che le leggi
possano essere diverse, per
i diversi tipi di laurea, e poi, magari, vi sia
una legge quadro che ne unifichi
i soli principi di base.
Molti saluti
Giacomo
Rasulo
Professore ordinario
di Costruzioni Idrauliche
presso la Facoltà
d'Ingegneria
Dell' Università di Napoli "Federico II"