Tralascio
di commentare i singoli punti per limitarmi a segnalare una memoria storica importante,
anche per il futuro assetto, se se ne potrà, come mi auguro, parlare seriamente
nei prossimi anni. La Facoltà era stata eliminata da tutti i documenti
delle Commissioni che hanno preparato la 509 e le sue attribuzioni di ordinamento
didattico
erano sempre state attribuite a organismi di "unità didattica".
La Facoltà
è stata re-introdotta dal Ministro Zecchino, letteralmente
nelle ultime ore
notturne che hanno preceduto il varo del testo definitivo
del
provvedimento. Le reazioni di chi consigliava il Ministro (a quel punto
io
ero già uscito dal novero) si divisero tra chi riteneva si sia trattato
di
una vera mina sotto la linea di galleggiamento della riforma e chi invece
pensava
che fosse un doveroso riconoscimento delle tradizioni. Ma al di là della
storia, il problema rimane.
La Facoltà
è il primo anello di una catena di regolazione della quantità
totale
e della composizione disciplinare e strutturale della forza lavoro
del sistema
universitario, tramite l'imponibile di manodopera operato con i
SSD e i crediti.
Da qui il potere dei presidi che gestiscono i conflitti
all'ingresso. Questo
sistema presuppone che l'insieme di questi meccanismi
decisionali produca il
giusto mix di segmenti della forza lavoro (tot
fisici, tot biologi, tot giuslavoristi,
ecc.) necessari al sistema. Questo
assunto è difficile da provare e
nella pratica avviene che a) il sistema si
irrigidisce ed è poco sensibile
alle variazioni della domanda sul mercato
del lavoro b) che il reclutamento
grazie anche al corollario dei concorsi
nazionali è un sistema di code
e non di scelta per merito (in altre parole
difficilmente una Facoltà
può reclutare un giovane bravo sul mercato non
inserito in una coda)
c) che le code sono costruite minimamente sul merito
e sul giudizio dei pari
(perché io sociologo devo in genere accettare a
scatola chiusa il giudizio
dei colleghi giuristi, per esempio, sulle loro
chiamate) e massimamente sugli
accordi incrociati.
Si può pensare
a un sistema diverso? E' noto che in linea di massima (di
molta massima perché
le variazioni sono forti) le buone università nel
mondo si costruiscono
con un sistema opposto in cui il reclutatore è il
gruppo dei pari (dipartimento)
che opera per reclutamento diretto sul
mercato accademico, in base alle risorse
disponibili negoziate a livello di
ateneo e non a un imponibile di manodopera,
e che pertanto la composizione
totale della forza lavoro è il risultato
di un processo bottom up, più che
della concertazione top down ed è
quindi in teoria più sensibile alle
variazioni della domanda del mercato
del lavoro. Poiché nessun sistema è
perfetto basta parlare con
un collega americano, per mettere a nudo molti
difetti, anche di questo sistema.
Ma, e questo è il punto, anche chi è
critico mai proporrà
un sistema più centralizzato e dal punto di vista
dell'esperienza storica
i sistemi universitari si stanno muovendo da
sistemi per code a sistemi a reclutamento
diretto.
Il gruppo "Diamo Voce",
di cui faccio parte, è convinto che anche il
sistema italiano debba
andare in questa direzione. Si può passare
rapidamente da un sistema
all'altro? No, perché se si facesse una riforma
overnight in questo
senso, prima di aver messo in opera dei meccanismi di
controllo e garanzia
come il meccanismo di valutazione nella attribuzione
di risorse -che già
è stato impiantato con parziali successi (non buttiamo
via le cose buone
e superavanzate del nostro sistema, come la valutazione
delle ricerche testé
completata o l'accreditamento nazionale dei titoli di
studio!) fin dai tempi
di Ruberti - o altri meccanismi semplici anti
"sand-box effect" come
la non chiamata dei propri PhD o simili, si
premierebbe una ondata di assunzioni
clientelari che impedirebbe per anni
un passaggio al reclutamento per merito.
Si può però (e per noi D.V. si
deve) avviare un processo di transizione
che elimini l'attuale "rigidità
corrotta" (parole dell'Economist)
che caratterizza il nostro sistema di
reclutamento.
Ed
è qui che divergo da Marco Romano. Il ministero Moratti non è
criticabile
perché ha istituito commissioni, lo fanno tutti, ma perché ha
introdotto
nella conduzione del Ministero le tecniche berlusconiane di
televendita alla
Vanna Marchi che sta portando sul piano
dell'amministrazione cittadina. Sotto
la bandiera "abbasso i baroni" ha
riammesso nella sua leggina pomposamente
chiamata Riforma, tutte le
peggiori pratiche centralistiche e di potere baronale
che erano state, con
fatica, contraddizioni e incompletezza, espunte dal sistema
a Ruberti in
poi. Vedasi Pierluigi Pellini, "La riforma Moratti non esiste",
Milano Il
Saggiatore, 2006. E' questa, tra le tante prodotte dalla maggioranza
uscente,
una delle peggiori devastazioni, vendere per Cacao Maravigliao
quelle scatole
di Piero Manzoni che tanto indignavano la buona borghesia
milanese da cui la
signora Brichetto proviene. GM
Nota.
Per leggere il messaggio all'ANDU di Marco Romano ("Critiche e
proposte
all'ANDU"):
http://www.bur.it/2006/index.php
oppure
http://www.orizzontescuola.it/article10541.html
==
UN COMMENTO
Le riforme universitarie
non dovrebbero mai essere improvvisate,
pasticciate o 'aggiustate' all'ultimo
minuto. Esse dovrebbero sempre essere
'partecipate' e condivise dal mondo universitario.
La 'resuscitazione'
delle Facoltà, dalla sera alla mattina, ricordata
da Guido Martinotti per
la Legge 509 ("3 + 2"), è coerente
con il modo approssimativo e autoritario
(finanziarie, voti di fiducia) con
il quale si sono varate quasi tutte le
leggi universitarie negli ultimi decenni.
La 509, tra l'altro, è stata
approvata fuori da quel "quadro di
contemporaneità e di coerenza", che
avrebbe dovuto comprendere
anche "lo stato giuridico del corpo docente",
come aveva auspicato
il Gruppo di lavoro ministeriale presieduto da
Martinotti (nota 1). Sulle modalità
e le responsabilità politiche
dell'approvazione della 509 si invita
a rileggere l'intervista a Roberto
Moscati e gli interventi di Alessandro Dal
Lago e Antonio Pasini (nota 2).
Lo spostamento
dalla Facoltà al Dipartimento del potere sostanziale del
reclutamento
dei docenti è, mi sembra, la posizione di Marco Romano e di
Guido Martinotti.
E Martinotti vorrebbe che una tale riforma fosse
preceduta da altre (valutazione,
meccanismi anti-localismo) altrimenti,
dice, si rischierebbe di provocare "una
ondata di assunzioni clientelari".
La
riforma del reclutamento è diventata ormai, giustamente, una vera e
propria
emergenza. L'ANDU ha più volte scritto quello che tutti sanno e in
pochi
dicono: per cambiare realmente gli attuali meccanismi di reclutamento
dei docenti
si deve superare la cooptazione personale che caratterizza il
sistema universitario
italiano. Infatti, in Italia, a decidere chi e quando
debba cominciare la carriera
universitaria in ruolo è, di fatto, il singolo
barone che sceglie il
suo 'allievo' già al momento della tesi, poi gli fa
avere il dottorato
di ricerca, l'assegno di ricerca e/o qualche borsa e/o
qualche contratto e
quindi il posto di ricercatore attraverso un finto
concorso della cui commissione
è membro interno. Questo modo
'personalizzato' di reclutare accompagna
poi la carriera del reclutato per
il quale lo stesso 'maestro' si darà
da fare per ottenere il bando dei
'concorsi' ad associato e a ordinario, preoccupandosi
anche della loro
'gestione'.
Tra l'altro, la 'macchina' delle attuali modalità
di reclutamento e di
promozione dei docenti distoglie non poco i 'maestri'
dall'attività di
ricerca e condiziona non poco la quantità, la
qualità e i temi della
ricerca degli 'allievi'.
Contro questo stato
di cose si sono ipotizzati diversi interventi. Di
fatto, però, dopo
il 1980, nessun provvedimento ha riformato i meccanismi
del VERO RECLUTAMENTO,
cioè i concorsi a ricercatore, fascia della docenza
dove si recluta
la stragrande maggioranza di chi non fa già parte del ruolo
della docenza.
Le
riforme Berlinguer e Moratti si sono limitate a modificare i 'concorsi'
ad
associato e a ordinario, che in realtà servono quasi sempre
all'avanzamento
di carriera di chi è già in ruolo. Mantenendo le procedure
iper-localistiche
dei concorsi a ricercatore previste dal DPR 382 del 1980,
si è voluta
mantenere la cooptazione personale, che comporta anche il
controllo umano di
chi intraprende e percorre la carriera universitaria.
Insomma, si è
voluto mantenere un sistema di potere imperniato sul
carattere 'localissimo'
dei finti concorsi a ricercatore che sono serviti e
serviranno a 'ratificare'
l'ingresso in ruolo di chi è stato pre-scelto dal
proprio 'maestro'.
La
proposta di Martinotti di vietare che in una sede si recluti chi ha
conseguito
il dottorato in quella stessa sede vuole andare nella direzione
del superamento
della cooptazione personale, ma non basterebbe ad impedire
i reclutamenti incrociati:
tu recluti il mio 'allievo', io il tuo e più
avanti ce li 'scambiamo'.
L'ANDU
propone da anni che il reclutamento dei docenti (cioè l'ingresso di
chi
non è già in ruolo) avvenga per concorso nazionale, con una commissione
interamente
sorteggiata e composta di soli ordinari. Quindi, una
commissione che, rispetto
a quella attuale, è più qualificata e non ha
alcun componente
locale, senza però essere 'egemonizzata' dai gruppi
nazionali più
forti. È questo, a nostro avviso, l'unico modo per
'spersonalizzare'
il reclutamento e, quindi, il successivo avanzamento
nella carriera. Approvando
prima questa riforma e rivedendo prima i criteri
di formazione e la consistenza
dei Dipartimenti, in queste strutture si
potranno 'incardinare' i docenti,
senza rischiare un'ondata di assunzioni
perfino più clientelari di quelle
attuali. Alle Facoltà rimarrebbe
l'importante compito (finora poco svolto)
del coordinamento didattico dei
Corsi di Studio, strutture quest'ultime centrali
per la didattica, il cui
compito è stato finora 'compresso' dalle Facoltà.
Per
la proposta dell'ANDU sulla riforma della docenza v. nota 3.
Martinotti
attribuisce dei meriti al ministro Antonio Ruberti. E' giusto
però ricordare
che la sopravvivenza 'forzata' del ruolo improprio delle
Facoltà (e
dei Presidi) è stata voluta proprio da Ruberti che nella sua
legge sull'autonomia
statutaria del 1989 previde che l'organo costituente
fosse il Senato dei Presidi
di Facoltà allargato (Senato Accademico
Integrato, appunto) e impose
la presenza dei rappresentanti (di fatto i
Presidi) delle Facoltà nei
'nuovi' Senati Accademici.
Il più avanzato tentativo di 'ridimensionare'
il peso delle Facoltà nei
Senati Accademici fu fatto con lo Statuto
dell'Università di Palermo: 46
componenti, tra i quali gli 11 rappresentanti
delle Facoltà non erano
necessariamente i Presidi. Questo Statuto fu
demolito da un Ministero che è
riuscito ad essere clientelare anche
nella valutazione giuridica degli
Statuti e da numerose sentenze amministrative
sempre più devastanti
(l'autonomia universitaria gestita dai TAR!).
Per
la proposta dell'ANDU sulla governance v. nota 3.
8
maggio 2006
Nunzio Miraglia - coordinatore
nazionale dell'ANDU
= Nota 1. Per il
"Rapporto finale" del Gruppo di lavoro presieduto da Guido
Martinotti
(3 ottobre 1997): http://www.murst.it/progprop/autonomi/autonp.htm
=
Nota 2.
- Per l'intervista a Roberto Moscati v. "Frammenti dalla società
della
conoscenza" sul Manifesto del 15.3.06, pag. 12:
(non si deve
spezzare la stringa di caratteri, altrimenti il collegamento
fallisce!)
http://rassegnastampa.unipi.it/rassegna/archivio/2006/03/16SIA4011.PDF
-
Per l'intervento di Antonio Pasini v. in "Il '3 + 2' per chetare
Berlinguer?":
http://www.orizzontescuola.it/article10024.html
-
Per l'intervento di Alessandro Dal Lago v. in "'3 + 2': imposto e subito":
http://www.orizzontescuola.it/article10044.html
=
Nota 3. Per la Sintesi delle PROPOSTE DELL'ANDU per una riforma della
docenza
e della governance v. in calce a "Critiche e proposte all'ANDU":
http://www.bur.it/2006/index.php
oppure
http://www.orizzontescuola.it/article10541.html