Orlando
RAGNISCO (Roma TRE): "3+2, Autonomia e Ricerca"
Sto
seguendo con interesse il dibattito che si e' aperto sul 3+2, grazie all'iniziativa
dell'ANDU, e che e' strettamente intrecciato alla discussione sulle prospettive
dell'Universita' italiana, e in primo luogo della Universita' pubblica. Quello
che mi ha colpito in molti interventi sul 3+2 e' stata l'angolatura di settore
o di sede che li ha caratterizzati. Fatto pienamente legittimo, che mette pero'
chiaramente in luce come il discorso sul 3+2 coinvolga quello sull'autonomia universitaria,
e sul modo con cui questa e' stata intesa e realizzata negli ultimi anni, In questa
luce, si spiegano le grandi differenze di opinioni sull'esperienza del 3+2, e
in particolare i giudizi positivi dati da miei cari amici ed ex colleghi di Fisica
della Sapienza, quali Carlo Bernardini e GianVittorio Pallottino, giudizi che
purtroppo sulla base dell'esperienza di Roma TRE non mi sento affatto di condividere. E'
mia ferma convinzione che tra le ricchezze da salvaguardare nella Universita'
italiana ci fosse il nocciolo duro costituito da molte lauree quadriennali, che
il 3+2 avrebbe dovuto "aggiornare" senza stravolgere. Questo purtroppo
in molti casi non e' avvenuto, anche perche' al dispiegarsi dell'autonomia , intesa
spesso come autonomia delle sedi, cioe' come "localismo" non si e' accompagnaato
un rafforzamento delle istanze di coordinamento intersedi, quali il coordinamento
dei presidenti di CCL, il cui ruolo, dopo una fiammata iniziale, e' invece andato
deperendo fino ad estinguersi del tutto. Veniamo percio' al nodo cruciale,
quello appunto del'autonomia universitaria. Su questo punto, le opinioni prevalenti
in seno alle forze di governo, e, a quanto mi par di capire, anche del ministro
Mussi, non sono affatto rassicuranti. Per dirla chiaramente, credo sia profondamente
sbagliato identificare nei singoli atenei i soggetti dell'autonomia, e spingere
sull'autogoverno delle singole sedi. Anzitutto, bisognerebbe aver presente
che il fine dell'universita' e' produrre formazione e ricerca di qualita': a questo
sono chiamati i docenti-ricercatori. L'autogoverno degli atenei puo' essere uno
strumento, non e' certo l'obiettivo. Troppo spesso abbiamo visto in questi ultimi
anni noi stessi e i nostri colleghi trasformarsi, alcuni "volenti",
altri "nolenti" in gestori e amministratori, trascurando le loro funzioni
fondamentali, e subendo spesso una sorta di mutazione genetica: Non e' solo una
questione che riguarda il tempo dedicato alle varie attivita', e' una questione
di "forma mentis" che non puo' essere stravolta. In secondo luogo, non
sono affatto convinto, a differenza di Montezemolo, e non solo di lui, che la
concorrenza tra Atenei sia lo strumento migliore per promuovere lo sviluppo
della didattica e della ricerca universitaria. E' semmai la competizione tra scuole
che bisogna stimolare, favorendo le sinergie tra gruppi operanti tra universita'
diverse, valorizzando le comuinita' scientifiche nazionali e gli Enti pubblici
di ricerca, ritornando ai principi ispiratori dei finanziamenti alla ricerca presenti
gia' nella 382 e ripresi, con importanti modifiche, nei "COFIN" cosi'
com'erano fino a due-tre anni addietro. La concorrenza esasperata puo' portare
alla frammentazione e,cio' che ' piu' grave, alla scomparsa in alcuni atenei di
intere aree di ricerca, considerate marginali o "al di sotto della massa
critica". E la valutazione ex post, fatta comparando tra loro i vari atenei,
rischia di esaltare questo fenomeno. Viceversa, dovremmo batterci perche' "nascano
cento fiori, e fio! riscano cento scuole". Nel campo della ricerca, la competizione
non puo' sostituire la collaborazione e lo scambio disinteressato: solo cosi'
nascono nuove idee e anche nuove applicazioni. Orlando
Ragnisco Docente di Metodi Matematici della Fisica Universita' di Roma TRE =============== Mauro
CRISTALDI (Roma La Sapienza): "piano di riforme presentato e imposto come
incontrovertibile" Ritengo
importante contribuire al dibattito promosso dall'ANDU (Associazione Nazionale
Docenti Universitari) in previsione del "3 + 2". CONVEGNO NAZIONALE
(ROMA, MARTEDI' 11 LUGLIO 2006), che si terrà alle ore 10.30 nell'Aula
"E. Amaldi" del Dipartimento di Fisica della Università di Roma
La Sapienza (P.le A. Moro, 5), al quale conto di partecipare. Aderisco all'ANDU
fin dalla sua fondazione per le sue posizioni permanentemente critiche su governi
e lobbies accademiche e sui disastri che essi sinergicamente combinano verso linee
tendenziali in permanente ascesa. Ricordo che alla riforma Berlinguer-Zecchino-Moratti
l'Accademia aveva offerto, con spiacevole continuità, il ventre molle della
propria accondiscendenza bipartisan ai vari governi del paese, i quali sono apparsi
intenti a distruggere il Sistema Universitario Nazionale in nome del Fondo Monetario
Internazionale, come ci ricorda Alessandra Ciattini nel suo intervento (cfr. http://www.bur.it/
sezioni/andu_ special_interventi.php). Voglio ricordare, a proposito e in
concomitanza, come il FMI contribuisca, con la sua politica a favore della parte
obesa dell'Occidente, alla destabilizzazione cronica delle nazioni più
deboli con lo scopo esplicito di determinarne le scelte di politica economica
e quindi energetica, che stanno causando un collasso planetario che si prevede
di notevole gravità. Ma voglio ricordare anche che, nei microhabitat di
Facoltà, rare "mosche bianche" come il sottoscritto erano intervenute
ed avevano votato contro l'applicazione di un piano di riforme presentato e
imposto come incontrovertibile al mondo accademico in previsione di inverosimili
ritorni finanziari. Con questa mia voglio ricordare, qui di seguito, il commento
- apparso due anni fa su "il manifesto" a proposito della riforma cosiddetta "3+2"
- di uno storico della Fisica, Angelo Baracca, che molti conoscono per il suo
impegno scientifico e divulgativo contro le applicazioni belliche delle filiere
nucleari. Come spesso accade nell'ambiguo contesto della galassia del centro-sinistra,
l'intervento molto lineare di Baracca fu ignorato, anche se r costruiva precocemente
una situazione in cui poi ci si è trovati sempre più impelagati
nel cercare di uscirne fuori, pena il definitivo cedimento dell'Università
pubblica all'interesse privato. Con l'occasione voglio ricordare a tutti che la
prima "controriforma criptica" si configurò con un attacco al
sistema concorsuale della docenza universitaria, con la quale le Università
emergenti o locali, legate alle lobbies di più recente formazione, erano
e sono tuttora scandalosamente facilitate nella scelta di propri candidati
"a chiamata rapida", a discapito delle vecchie sedi universitarie che,
perciò, tendono tuttora a rimanere ipertrofiche: la disgregazione del Sistema
Nazionale delle Università, legata al pragmatismo della "devolution"
costituzionale, e l'invenzione tutta DS del "professore eccellente"
tendevano a completare il quadretto "campanil-populistico" creatosi
nell'Italietta di Bossi-Fini-Berlusconi. In tale quadro, nonostante le proteste
concomitanti contro la Moratti, i Confederali tendevano a mantenere separate le
rivendicazioni degli studenti, dei precari e degli stabilizzati di Scuola e Università
per frammentare, ai fini del controllo politico settoriale, qualsiasi istanza
che partisse unitariamente dal mondo dell'istruzione. Rimaneva da distruggere
il vecchio ordinamento dei corsi di laurea, che non è che fosse il migliore
per definizione, ma che almeno era il frutto di più di una ventina di anni
di continui rodaggi ed era stato impostato originariamente su modalità
concorsuali che prevedevano almeno una "rotazione culturale" dei
docenti attraverso le diverse Università del paese. Se, certo, si dovesse
continuare su una regia accademica che ha prodotto, già dallo scorso secolo,
i risultati di politica energetica e culturale che sono di fronte a tutti, dovremmo
continuare con la direttiva indicata da Carlo Bernardini (cfr. http://www.bur.it/ sezioni/andu_special_interventi.php
), quando ricorda ai Fisici <<che Edoardo Amaldi, nostro "padre spirituale",
[...], diceva sempre "litigate a fondo in casa ma all'esterno presentatevi
compatti con richieste unanimi, vedrete che sarete soddisfatti">>.
Sarà pure vero che con gli "individualisti" alla Martinotti
si potrebbe giungere all'anarchia, come Bernardini ci ricorda subito dopo, ma
sarà un'anarchia almeno governata da un Magnifico Rettore fuori ruolo,
quindi un "quasi-precario", che per consolidarsi un po' meglio nel suo
soglio si diletta con l'Estate Romana o con la venuta dell'On. Mussi, oculatamente
piazzata alla fine del nostro convegno, mentre i miei studenti interni ed i reagenti
che essi usano si riscaldano al sole di luglio in un laboratorio nel quale da
una settimana si è rotto un condizionatore trentennale che non si può
sostituire "per mancanza di fondi".
Ringrazio anch'io di una eventuale attenzione (almeno per il condizionatore),
Mauro Cristaldi, associato di Anatomia Comparata per Scienze Naturali e
di Biologia Animale per Sc. Ambientali Dip. di Biologia Animale e dell'Uomo Univ.
degli Studi di Roma "La Sapienza" ------------------------------------------------------------ "Il
manifesto", 08 luglio 2004 UNIVERSITA' Che
disastro le "lauree brevi" ANGELO BARACCA* Mi sembra importante avviare
un ragionamento serio sulle facoltà scientifiche, senza il quale i temi
roventi dei tagli agli investimenti nella ricerca e della crisi del Cnr rischiano
di rimanere monchi. Insegnando proprio al primo anno di una facoltà scientifica,
devo denunciare con forza il vero disastro delle "lauree brevi" e del
cosiddetto "3+2", raccogliendo umori che mi sembrano largamente diffusi
anche fra molti miei colleghi. Cominciamo dalle "lauree triennali".
Non sarei contrario in linea di principio all'idea di formare in tempi brevi una
categoria di tecnici intermedi, ma il modo in cui ciò è stato fatto
mi sembra completamente assurdo e controproducente. In primo luogo, questa scelta
avrebbe richiesto, soprattutto nel nostro paese, un intervento incisivo sul
mercato del lavoro, sulla struttura delle aziende, sulle scelte (o non scelte)
tecnologiche, nonché sul nostro sistema della ricerca ed educazione superiore:
intervento che era quanto di più lontano dalle idee del nostro centro-sinistra,
ormai abbagliato dai meccanismi liberisti del mercato. Soprattutto nelle facoltà
scientifiche la scelta fatta mi pare rischi di creare nuovi disoccupati (differiti
dai 3 anni almeno di "parcheggio" nelle aule universitarie) più
che nuovi occupati: né le aziende, né le istituzioni mi sembrano
strutturate per impiegare in modo idoneo tecnici di questo livello. Anche perché,
a mio avviso, la loro preparazione è andata in senso opposto a quello che
sarebbe stato opportuno: si è scelto infatti di comprimere proprio la preparazione
di base. Oggigiorno le tecnologie cambiano con una tale velocità che
solo una solida preparazione di base può consentire a un tecnico di aggiornarsi
e riconvertirsi. Invece tocco con mano, ma è sotto gli occhi di tutti,
come i corsi di base, formativi, siano stati ridotti e compressi. E non solo per
la drastica riduzione del numero dei crediti assegnati (che in certi corsi
di laurea erano già striminziti), ma per l'assurdo addensamento di corsi
che si è generato: come si può pretendere che uno studente del primo
anno assimili realmente i contenuti, ancorché quantitativamente ridotti,
di ben dieci - dodici corsi in un anno? Ciascuna materia, soprattutto nell'impegnativo
inizio degli studi universitari (e con una preparazione dalla scuola secondaria
in caduta libera), richiede tempi fisiologici di assimilazione, riflessione, maturazione:
altrimenti - come si sta infatti verificando - lo studente non potrà che
concentrarsi su quattro nozioni appiccicate per l'esame, che si dissolveranno
come neve al sole il giorno dopo, e non potranno fornire il necessario substrato
si cui impiantare il corso successivo di studi. Gli studenti arrivano ad avere
nove ore di lezioni al giorno: quando dovrebbero studiare? (si pensi ai pendolari!)
E dov'è il tempo per lo svago, per non parlare dell'impegno sociale, entrambi
requisiti fondamentali di una vera formazione all'altezza delle sfide di questo
secolo? La scelta, quindi, a mio avviso
avrebbe dovuto essere diametralmente opposta: formare una categoria di tecnici
intermedi con una ancor più solida preparazione di base, capace di inserirsi
consapevolmente in posizioni nuove, di controllare e gestire autonomamente e criticamente
strumenti tecnici carichi certo di grandi potenzialità, ma anche di rischi
inediti e anche allarmanti. E veniamo
alla "laurea specialistica". Anche qui mi pare che le cose non vadano
meglio, e che il livello di preparazione sia drammaticamente e inesorabilmente
trascinato verso il basso. Colleghi che vi insegnano mi dicono come ai loro corsi,
prima di alto livello, accedano ora studenti che provengono da diversi indirizzi
triennali, con una scarsissima preparazione di base, imponendo così un
drastico abbassamento del livello dei corsi, che spesso diventano a loro volta
corsi generici di base. Un esempio: i nostri ingegneri erano apprezzati internazionalmente
proprio per la loro solida preparazione di base, una dote che si rischia di
disperdere. Queste in estrema sintesi
le idee che mi sono fatto sul campo. In ogni caso i problemi mi sembrano piuttosto
gravi, e mi sembra necessario avviare una discussione approfondita. Mi pare evidente
che queste scelte si ispirano ad una concezione tutta quantitativa dello sviluppo,
quando la gravità dei problemi attuali richiederebbe di puntare sulla
qualità. Sul manifesto è stato scritto di recente che liberarci
dall'eredità e dai guasti del berlusconismo sarà un processo lungo:
la sinistra moderata attenuerà certamente certe brutalità della
destra, ma purtroppo non ci porterà in una direzione diametralmente
opposta. Questo vale anche per l'università e la ricerca, come già
si era visto appunto dal precedente centro-sinistra. È stato giustamente
osservato che a qualcuno fa molto comodo che Berlusconi faccia il lavoro sporco. *Docente
di fisica, università di Firenze
Franco
CERASE (Napoli Federico II): attuazione disastrosa Cari
Colleghi, sto seguendo con interesse il dibattito sul "3+2". Ho l'impressione
che in molti interventi vi sia molta enfasi sull'impianto normativo (le nuove regole
della riforma) e scarsa attenzione ad aspetti che attengono più specificamente
al come quell'impianto è stato messo in pratica ed alle nostre responsabilità
come soggetti di tale processo. Ho avuto per caso la buona (o cattiva) sorte di
partecipare se pure solo nella fase finale ai lavori del comitato
consultivo per la definizione delle classi nell'area delle scienze giuridico-economiche-sociali-ecc.
Se ben ricordo, almeno in quella sede, l'orientamento prevalente non era affatto
ostile alle nuove regole, né lo fu quello che caratterizzò le riunioni
plenarie conclusive con il Ministro Zecchino succeduto al Ministro Berlinguer.
A quell'orientamento sembra aver fatto seguito un'attuazione che molti non
esitano a definire disastrosa per l'università italiana. Che la ragione
principale possa risiedere proprio nel fatto che l'impianto stesso del "3+2"
sia, da più punti di vista, inidoneo alla formazione universitaria,
è una tesi che va certamente presa in seria considerazione. E può
ben darsi per ricordare solo un'altra delle tante criticità spesso evidenziate
che l'aver associato ad un credito un certo numero di ore di applicazione
(e poi un certo numero di pagine di testo da studiare) abbia contribuito non
poco a svilire il senso stesso dello studio universitario. Ma considerazioni
come queste rappresentano solo una parte della storia. Quali "3+2"
attivare nei singoli Atenei e nelle singole Facoltà; stabilire l'appartenenza
dei corsi di insegnamento alle singole classi e con quali corsi di insegnamento
fissare i diversi curricula per fare anche a questo riguardo solo alcuni
esempi la riforma lo ha rimesso sostanzialmente nelle mani dei singoli Consigli
di Facoltà e Senati Accademici cioè nelle nostre mani. Se
in molte Facoltà (e Atenei) avvalendosi dell'ampia autonomia ammessa dalle
nuove regole e fortemente invocata nei decenni precedenti c'è stata la
corsa ad inventarsi ed a moltiplicare i corsi di laurea non può essere imputato
alle stesse nuove regole. Né il fatto che tutto sia avvenuto nella restrizione
di risorse che conosciamo può essere addotto a spiegazione di come sono
andate le cose. Anzi, paradossalmente, l'ulteriore autonomia nella gestione
di budget solitamente alquanto risicati ci chiama ancor più in causa.
Come impiegare la scarse risorse a disposizione per capirci se e per
quali posti di ricercatore, professore associato e ordinario l'abbiamo
deciso noi. Il fatto come spesso in più di un contesto è
avvenuto che per tener formalmente in piedi diversi corsi di laurea più
di un docente si sia trovato da un anno all'altro con un carico didattico triplicato
salvo ricorrere a improbabili mutuazioni, contratti esterni, collaborazioni
varie o quant'altro va imputato principalmente a nostre scelte. Per
concludere, che le nuove norme possano essere di per sé la fonte dello
scadimento della nostra istruzione universitaria è un'argomentazione con
la quale bisogna confrontarsi. Ben venga, dunque, una riflessione sul "3+2".
Ma è anche opportuno che essa venga fatta per quanto possibile a tutto
campo. Franco Cerase Docente di Sociologia
economica Università di Napoli Federico II ==============================
Teresa CIAPPARONI (Roma La Sapienza): varie proposte Vorrei
anch'io esprimere un parere, da esterna all'ANDU, sul 3+2. Anzitutto, il problema
sotto accennato, cioe' misurare in crediti per sapere la quantita' senza curarsi
della qualita': non e' corretto, per conoscere la qualita' c'e' il voto, o no? Il
pericolo e' un altro, incombente: il fatto che i prossimi finanziamenti verranno
dati in base al "successo" degli studenti. Questo potrebbe far abbassare
al qualita', perche' davvero se diventa una questione di sopravvivenza si potrebbe
cedere al ricatto. Qualcuno l'ha gia' fatto? Ricordo che nel '68 (sono vecchierella)
dei professori si "prostituirono" alle richieste della base: esami
collegiali, voti alti senza valido riscontro. C'erano stati e' vero dei casi
di ruote tagliate od altro, ma fu un atto di vilta' non svolgere la propria
funzione come dovuto. Siamo quindi all'altro
problema: come hanno attuato molti docenti questa riforma - mal fatta, imposta,
illogica ma con aspetti che potrebbero essere valorizzati? alcuni hanno proposto
il vecchio corso, stessi contenuti, ad un modulo piuttosto che ad una sua parte;
altri si sono spinti in territori assurdi pur di attirare degli studenti; ma quanti
hanno 'pensato' un corso adeguandolo alle nuove esigenze? cioe' ad esempio tener
presente che uno studente puo' smettere dopo il triennio e andare a lavorare,
non completando quindi il vecchio percorso. Io
credo il problema stia soprattutto qui: a cosa portano le triennali? mi sembra
che gli interessi di molti docenti abbiano soffocato la riforma sul nascere,
dando luogo a proposte didattiche alle volte surreali, davanti alle quali il
"faccio cose" di morettiana memoria diventa un progetto pragmatico e
forte. Considerando che almeno lo faceva senza spese di iscrizione. Coordinare
la preparazione delle triennali a possibili sbocchi lavorativi e' il primo
passo necessario, il secondo rivedere la struttura dei CdL rendendoli davvero
3 -per un dato fine- e poi +2 per una specializzazione che deve poter nascere
da un "tronco" unico (parlo per Lettere e Lingue, dove una volta
c'era grande mobilita' da un progetto all'altro, quando lo studente maturando
finiva col fare una scelta piu' mirata senza dover "buttare a mare"
esami anche importanti sostenuti). Un terzo sarebbe organizzare una rete di
tirocini adeguati e costanti, come diritto e non opzione almeno per chi sceglie
la triennale (nel senso che potrebbero non essere computati come crediti per proseguire
nella specialistica). Ultimo ma non minore, ma esula dal 3+2, dare veramente il
diritto allo studio a ragazzi capaci ma provenienti da famiglie che hanno necessita'
del loro lavoro: e' una perdita importante perche' tra di loro ve ne sono fortemente
motivati e potrebbero dare nuova linfa anche alla ricerca, mentre sono condannati
a risultati poco meglio che mediocri perche' condizionati dagli impegni di lavoro. Grazie
per l'attenzione. Teresa Ciapparoni La
Rocca Studi Giapponesi Dipartimento di Studi Orientali Facolta' di Lettere
e Filosofia Universita' degli Studi di Roma "La Sapienza" 28
giugno
Alessandra CIATTINI (Roma La Sapienza):
su Marini e Bernardini
Ho apprezzato
l'intervento di Daniele Marini che, pur da pentito, critica la mia definizione
di crediti, che sembrerebbere essere a suo parere la causa del loro fallimento.
Credo sarebbe stato utile per il dibattito se egli avesse incluso la sua "corretta
definizione", evitando di rimandare alla presentazione da lui fatta per
il CUN. Da parte mia, ribadisco che la mia definizione è corretta e
che è supportata dalla ricerca che ho fatto in questi ultimi anni sui
vari aspetti delle cosiddette riforme universitarie, soffermandomi in particolare
sulla politica della Banca Mondiale (se qualcuno è interessato posso
fornire la bibliografia). Infatti, è alla Banca Mondiale che dobbiamo l'introduzione
della cosiddetta università imprenditoriale (due cicli, sistema dei
crediti, sistema della valutazione quantitativa per l'attribuzione delle risorse
etc.) e non solo alla buona volontà di Berlinguer, come scrive Carlo
Bernardini. D'altra parte, come si ricava dalla Dichiarazione di Bologna del
19 giugno 1999, i paesi europei si sono impegnati a sviluppare <<a system
of academic grades which are easy to read and compare, including the introduction
of the diploma supplement (designed to improve international "transparancy") and
facilitate academic and professional recognition of qualifications)>>. Tale
programma mi sembra del tutto congruente con la mia definizione di CFU, che
del resto costituiscono un aspetto importante dello stesso. Quanto all'articolo
di Bernardini, recentemente apparso sull'Unità, mi permetto di osservare
che la metafora agropastorale da lui proposta non funziona. In primo luogo,
non mi pare corretto contrapporre docenti che si sarebbero rimboccati le maniche
a docenti che si sarebbero preoccupati solo del loro personale interesse. Tale
impostazione nasconde i problemi oggettivi che abbiamo di fronte. Forse
Carlo Bernardini ed io utilizziamo fonti diverse, ma a me risulta che con il
3 + 2 di fatto i laureati non sono aumentati e che uno studente non giunge
più celermente alla meta. Inoltre, a me risulta che un laureato triennale
(in qualsiasi settore disciplinare) ha scarsissime possibilità di trovare
un lavoro. Ha molte più possibilità se, dopo aver preso la laurea specialista,
ottiene anche un master perlopiù a pagamento e organizzato da privati.
Ed è bene aggiungere, si tratta di un lavoro precario senza nessuna
garanzia né per il suo presente né per il suo futuro. E alla fine di
questo lungo percorso il ragazzo risulta essere parecchio frustrato, direi
anche di più del vecchio laureato. Se le cose stanno così, come
risulta da varie ricerche, il 3 + 2 non ha risolto quei problemi che si sosteneva
avrebbe risolto, anzi ne ha creati altri, che alcuni si ostinano a non vedere.
Ma del resto, il suo scopo era creare personale con differenti competenze (esecutori
e dirigenti) per il mercato del lavoro, senza tenere conto che come ho
già scritto l'università in quanto tale non può
essere subordinata alle esigenze del mercato, anche se ovviamente deve essere
aperta alle problematiche socio-economiche, politiche, etiche provenienti dalla
vita sociale. Se essa viene subordinata diventa un'altra cosa, che ad alcuni
può anche piacere. Mi permetto infine di chiedere a Bernardini: come
si può stabilire a priori che una tesi di 300-500 pagine, frutto di
una necessaria erudizione, sia "straziante e inutile" e non il prodotto
di un 'intelligente ricerca personale? Se valesse questo criterio molte opere
filosofiche, letterarie e scientifiche, su cui si fonda la nostra cultura,
dovrebbero essere buttate al macero. Concludo dicendo che, se c'è
una guerra all'interno dell'università, essa vede almeno tre schieramenti.
I primi sono i fautori della sua subordinazione al mercato, i secondi sono
coloro (pochi) che vogliono difendere la sua vera libertà ed autonomia
(dal mercato), i terzi sono coloro che cercano di barcamenarsi tra queste due
inconciliabili posizioni. Alessandra Ciattini (Roma La Sapienza) ==============
Stefano
GARRONI (CNR Roma): Università e Società Vorrei
intervenire nel dibattito suscitato dall'intervento di Alessandra Ciattini,
allo scopo -se non sbaglio- di continuare in quella prospettiva di demistificazione,
che mi sembra il 'taglio' fondamentale dello scritto della collega. La mia
idea francamente è questa: alcuni, anche docenti di grande prestigio non
solo culturale ma anche politico, mi pare trascurino il tema dei 'crediti',
in primo luogo, certamente nel senso in cui dice Alessandra Ciattini (evitare
di riconoscere che si tratta di un mezzo di asservimento dell'Università
al mercato); in secondo luogo, però, evitando di sottolineare che un
conto è porsi il problema di un coordinamento dell'istituzione sociale
universitaria con altre istituzioni sociali (tra cui ovviamente l'industria
e l'attività economica in generale). Ma un altro conto è identificare
senz'altro l'istituzione economica con il mercato che, detta fuori dai detti,
è esattamente il mercato capitalistico - dunque, quella determinata
dimensione, che tutto appiattisce a quantità, perché solo così
ottiene la valorizzazione (che, nei fatti, diviene sempre più problematica,
però) del capitale stesso. Ed allora il problema che la Ciattini, pone,
non è -a me sembra- quello della difesa di antichi privilegi e di una
concezione della cultura, socialmente irresponsabile o, come orrendamente si
dice, autoreferenziale. No, il problema che la collega pone è un altro:
certo che l'istituzione universitaria fa parte del complesso delle istituzioni
sociali e che con esse deve coordinarsi, ma a quale scopo? Ed a questa domanda
non è possibile dare una risposta, se si resta dentro il ristretto orizzonte
universitario. Proprio perché si vuole che l'Università (per
venire a quello, che propriamente è il nostro caso) riconosca la propria
responsabilità sociale, è necessario anche che l'attività
economica, da parte sua, riconosca tale responsabilità; ovvero, per
dir la cosa in altri termini, se tutto ha da esser coordinato, lo ha da essere
però secondo ben determinate coordinate sociali e democratiche. Credo
che il senso del mio discorso sia chiaro e, dunque, non abbia bisogno di prolungarsi
ulteriormente (nel quadro di un rapido dibattito come questo). Solo una cosa
mi si consenta aggiungere. Non varrebbe la pena di riflettere a fondo sulla
recente esperienza francese, per comprendere come proprio l'interconnessione
delle varie dimensioni sociali, quando avviene sotto l'egida del mercato (capitalistico,
lo ripeto), finisce col creare più contraddizioni, di quante non risolva;
e che alla fine, per togliere -o, comunque, contrastare- quelle contraddizioni
ci vogliono azioni, che anch'essi coordino settori ed ambenti sociali diversi? Stefano
Garroni Primo ricercatore CNR (Roma). ========== Francesco
FORTE (Napoli Federico II): "3 + 2 + 3" Nel
prossimo Ottobre ad Acquisgrana in Germania avrà luogo un seminario sul modello
formativo delle Facoltà di Architettura, fondato sulla attualizzazione
dello schema 3(alfabetizzazione di base) + 2(saperi di base professionali)
+ 3(professionalizzazione). In Architettura Urbanistica l'attualità
dello schema consegue dalla modesta professionalizzazione che lo schema 3+2
offre, e dalla unsufficiente esplorazione connessa al dottorato (+3). Attualmente
convalidiamo dottori di ricerca che non sono ricercatori, ma non sono neanche
professionisti del progetto o del piano. Nelle scuole mediche si formano medici
in sei anni, specialisti in quattro anni, e dottori di ricerca in tre anni(modello
6+4+3). In realtà in tutti i saperi si sperimenta la novità conseguente all'accellerazione
ed accumulazione delle conoscenze. E da questa constatazione si scrutano nuove
formule, tra le quali il 3+2+3 di cui al prossimo seminario. Il +3 orientato
alla professionalizzazione ha connotati ben diversi dall'attuale dottorato,
giustificandosi in tal senso i master e i vari specialismi del nostro dopolaurea,
oltre che i dottorati. Dall'esperienza delle Facoltà mediche dovremmo
dedurre acquisizioni. L'attuale tre iniziale proposto come alfabetizzazione
generalista lascia intravedere significative modifiche ai manifesti degli studi.
Il + due successivo comporta intenzionalità specifiche; il successivo
+ tre comporta acquisizione professionalizzante delle intenzionalità
specifiche. Sarebbe opportunoi distuterne nel cosro del convegno che si svolgerà
sul tema. Con cordialità. Prof. Francesco Forte, ordinario di urbanistica, Facoltà
di Architettura di Napoli ------ 14
giugno Carlo
DEL PAPA (Udine) Cari colleghi, Sono
sorpreso nel leggere commenti tanto sfavorevoli a proposito del livello della
vecchia Università La fisica come "isola felice". Ma davvero gli
altri settori erano di così basso livello? Francamente stento a crederlo.
I matematici italiani di basso livello? In molti anni di ricerca all'estero
ho sempre visto gli ingegneri italiani come bravissimi e assolutamente alla
pari professionalmente con gli ingegneri di altri paesi. Forse i letterati
italiani erano inferiori? Dati i grandi nomi di cui sento parlare, permettetemi
di dubitarne. Se poi nei settori più recenti l'Università ha
stentato a mettersi allo stesso livello degli altri paesi probabilmente ciò
è dovuto agli scarsi investimenti che la Repubblica ha sempre fatto
nel settore della ricerca. Credo che la vecchia Università italiana
fosse perfettamente competitiva e valida e non posso allontanare il sospetto
che si usi quest'argomento solo per giustificarne la riforma. Ma poi la riforma
ha veramente bisogno di questo dubbio argomento? Le figure professionali che
escono dal nuovo triennio sono sostanzialmente insegnanti e persone che svolgeranno
un qualche lavoro nell'industria. Tre anni non sono sufficienti a far conoscere
bene la materia ai futuri insegnati? Via! Dunque siano il Ministero della Pubblica
Istruzione e gli industriali a valutare per bene il livello dei loro impiegati/insegnanti
e diano un feedback all'Università, quando ciò sarà possibile. Per
quanto mi riguarda, posso solo preoccuparmi dei futuri ricercatori che adesso
si laureano in cinque anni e non più in quattro: andiamo meglio, non peggio
e non solo in fisica, come rileva Bernardini. Il resto è organizzarsi
bene nel nuovo quadro. Insomma andava bene la vecchia Università, ma
la nuova potrà meglio adattarsi alle nuove esigenze del paese. Questo
per me sarebbe tutto, se non fosse per il ruolo della ricerca che sta diventando
una Cenerentola. Possibile che tutti si preoccupino della didattica e nessuno
della ricerca? Asor Rosa ha scritto un articolo eccellente sulla Repubblica
sul ruolo (miserevole) dei dipartimenti e il prepotere delle Facoltà.
Come si pretende di avere una ricerca forte, se il potere è tutto nelle
mani delle Facoltà? Non so se Asor Rosa, che non ho il piacere di conoscere,
fa parte di una "lobby trasversale" e me ne infischio. Se uno ha
ragione, ha ragione. Cordiali saluti Prof. Carlo del Papa Ordinario di
Fisica Generale Università di Udine ======== Giorgio
INGLESE (Roma La Sapienza) Cari colleghi, ho
affetto e stima per Carlo Bernardini, che è un grande scienziato e un elegante
scrittore. Mi pare tuttavia che il suo ultimo intervento in rete (v. nota)
rischi di contribuire a trasformare il dibattito sulla riforma universitaria
in uno scambio rituale di luoghi comuni, pro e contro. Provo perciò
a riassumere alcuni punti. Le critiche più severe alla riforma vengono
dai professori di materie umanistiche. Probabilmente ciò dipende dal
fatto che la riforma non è adatta alle facoltà umanistiche. In
ogni caso, io parlo solo di ciò che conosco, per esperienza diretta
o per informazione attendibile, ossia delle facoltà umanistiche. Se
nelle facoltà scientifiche la riforma funziona, tanto meglio. Nelle
nostre facoltà, dunque, la riforma si è tradotta in: 1) moltiplicazione
dei corsi di studi e competizione fra loro, al di fuori di ogni ragionevole
programmazione riferibile per un verso alle risorse delle università,
per laltro agli sbocchi professionali. 2) Percorsi di studio (triennali) troppo
deboli, privi di effettiva consistenza professionale, contemporaneamente angusti
(dal punto di vista del ventaglio disciplinare) e poveri (dal punto di vista
dei contenuti). Noi leggiamo testi, e lassurda discussione sul peso degli esami
misurato in pagine (!) è di per sé stessa esiziale. 3) Frammentazione
del percorso di studi in moduli troppo piccoli e troppo numerosi. Si sta cercando
di correre ai ripari, accorpando il più possibile i moduli. Cosa che
i critici del 3+2 avevano suggerito fin dallinizio (ricevendo in risposta,
fra l'altro, esilaranti apologie del "frammento" in letteratura o
nell'arte). 4) Sparizione della tesi di laurea, per tutti gli studenti che
si fermano alla triennale. Era la prima, e per molti lunica, occasione di fare diretta
esperienza di un lavoro scientifico originale. Per un po ha circolato lidea
che si potesse diventare professori di lettere con una laurea triennale, senza
aver mai assaggiato limpegno di una ricerca critica personale. Ora questa sciagurata
ipotesi sembra tramontata, anche grazie alla severità delle nostre critiche. 5)
Un grande messaggio ideologico: la laurea triennale è facile. Il combinato
disposto tra la riforma universitaria e lo svuotamento degli esami di maturità
ha prodotto (nelle facoltà umanistiche) un crollo del livello culturale
medio degli studenti (nelle facoltà scientifiche, sento dire, si è
tradotto in un crollo di iscrizioni ai corsi di laurea più duri ma forse
mi sbaglio). Oggi la matricola media della mia facoltà non è
in grado di fruire in modo efficace di un insegnamento di tipo universitario
(cioè non manualistico) in storia moderna o in letteratura italiana.
Si pensa di istituire corsi di base, con lillusione di recuperare in qualche
mese un debito (si dice così) accumulato in cinque anni di scuola superiore. 6)
Riclassificazione degli atenei. Come ovvia conseguenza, se luniversità normale
si dequalifica, alcune sedi o gruppi di docenti si autonominano di eccellenza.
Ciascuno di noi è nellalternativa fra cercarsi una nicchia in un centro
di eccellenza o continuare a battersi contro mulini a vento sempre più
vorticosi. 7) Burocratizzazione del lavoro dei professori. La cosiddetta autonomia
e la riforma hanno moltiplicato allinverosimile le sedi di decisione (e soprattutto
di discussione), gli adempimenti burocratici, le ore perse in chiacchiere e
in scartoffie. Non ci intendiamo più. Il senso delle parole cambia.
Sento dire: qualità!. E penso che dovrei passare sui libri molte più
ore di quanto non faccia. Invece si tratta solo di una chilometrica sequenza
di moduli da riempire e rapporti da compilare. 8) Valutazione dei professori.
Dio sa che cosa ci aspetta. E pensare che cè un modo semplicissimo,
e sperimentatissimo, di valutarci: leggere quello che pubblichiamo e criticarlo.
Forse è troppo faticoso per i valutatori. 9) Disaffezione. Ne verremo
mai fuori? Riusciremo a trovare almeno un compromesso intelligente tra le buone
intenzioni che, ne sono certo, animano sia i riformisti che i critici? Chissà.
Poiché sono ancora lontano dalletà di pensione, mi costringo
a sperare. Fraterni saluti a tutte e
a tutti. Giorgio Inglese (prof. ord. di Letteratura italiana, La Sapienza,
Roma) Nota. Per l'intervento di Carlo
Bernardini al quale si riferisce Inglese: http://www.bur.it/sezioni/sez_andu_128.php oppure http://www.orizzontescuola.it/article10871.html ========
Alfonso MARINI (Roma La Sapienza) Su
Bernardini (v. nota): 1) Grazie per la creatività anche su storici ecc.
Non sarà offensivo ("non voglio offendere nessuno", scrive
B.), ma certo un senso di sufficienza ce l'ha ben forte. L'esercizio è
stato fatto spesso da storici & C., cosa pensare? Archivi, biblioteche?
Luoghi ove i "laureati" triennali non potranno mai accedere in futuro
a Direttore (giustamente). Certo, ci sono tante cooperative culturali, private,
che producono materiale vario, o guide turistiche un po' più specializzate.
Ma è ipotesi molto limitata e precaria. Storici e filosofi possono probabilmente
ragionare in modo più appropriato su quale preparazione sia necessaria
alle loro discipline, meno "esatte" ma proprio per questo bisognose
di percorsi di preparazione adeguati. Ci sono tanti impieghi anche pubblici:
ma ai quali si può accedere con il diploma di scuola superiore, conosco
varie prsone in questa condizione; la Triennale prolungherebbe di tre anni
il periodo di studio, è necessario, è utile, è il fine
cui tendiamo? 2) B. propone tecnici di laboratorio nelle scuole secondarie
da preparare con la Triennale. Io ho insegnato molti anni fa per sei anni negli
istituti professionali. I tecnici c'erano, ma non avevano laurea, bensì
solo diplomi di scuola superiore. Ora posso essere ben d'accordo che più
si studia più si è preparati, ma con l'ipotesi Bernardini si arriverebbe
al solito risultato cui ci stiamo abituando: tre anni in più di studio
(Triennale) per un lavoro per il quale prima bastava soltanto un adeguato diploma
di scuola superiore. Con ciò non voglio esprimere un giudizio negativo
in toto sulle nuove lauree, concordo però con quanti ricordano che già
prima della riforma erano attivati diversi diplomi triennali su percorsi differenziati,
le Facoltà che volevano e potevano attivarli con buona spendibilità
sul mercato del lavoro lo hanno fatto. La frattura del 3+2 costringe anche
quanti (i più) continuano con la Specialistica/Magistrale ad una interruzione amministrativa
che può causare ulteriore perdita di tempo tra la conclusione del 3
e l'iscrizione al 2. Alfonso Marini, Roma "La Sapienza", Lettere,
Storia medievale. Nota. Per l'intervento
di Carlo Bernardini al quale si riferisce Marini: http://www.bur.it/2006/N_B_060028.php ------ 12
giugno
Carlo BERNARDINI (Roma La Sapienza) Cari
amici, non voglio tediarvi, ma c'è qualcosa che non va: le posizioni si stanno
polarizzando senza che si avvii un filone positivo. Sul piano delle mere constatazioni,
Martinotti ha ragione: i fisici sono un pezzo del mondo, sotto molti punti
di vista, esiguo e insignificante. Ma se sono un'isola felice, un motivo ci
sarà. Escluderei che sia la fisica, roba tosta che non adesca certo.
Però, ricordo che Edoardo Amaldi, nostro "padre spirituale", che
Martinotti ha certo conosciuto, diceva sempre "litigate a fondo in casa ma
all'esterno presentatevi compatti con richieste unanimi, vedrete che sarete
soddisfatti". Per mia esperienza, molti intellettuali troppo individualisti
fanno una fatica terribile a trovare ragionevoli accordi. Questa non è
autonomia: l'autonomia è del corpo accademico, non degli individui.
Sennò, se prevale l'individualismo, parliamo di anarchia che è più
corretto. Penso che se si fa lo sforzo di confezionare proposte di curricula
che hanno un senso senza apparire come antichi percorsi potati sino all'uccisione
della pianta, l'approccio sia più dignitoso. Insomma, proviamo a partire
dall'osservare che 3+2=5 e che 5 è più di 4, durata dei vecchi
corsi; e organizziamo le cose in modo che fermandosi a 3 ci sia un mestiere
di ripiego riconosciuto dal mondo del lavoro. Per i fisici, so cos'è:
il "tecnico di laboratorio" è scomparso inopportunamente dalle
scuole superiori; molte ditte e gli ospedali hanno bisogno di persone che facciano funzionare
gli strumenti, eccetera. Anche per un matematico da 3 saprei dire che cosa ci
sarebbe, e così chimici e biologi (laboratori d'analisi, per esempio).
Qualcuno ha fatto l'esercizio per gli storici e i filosofi? Senza offesa, mi
presterei volentieri a farlo io, le idee non mi mancano. Mi mancano per il
latino, è vero, ma anelo a sentire sprazzi di creatività e fantasia
da colleghi competenti. Eccetera. Insomma, autonomia è anche avere chiaro
ciò che si sa fare e apprezzare ciò che altri vorrebbero fosse fatto, contribuendo
a farlo. Altrimenti, l'università è da buttare, nel senso che può
essere sostituita da un club in cui si legge, si scrive e si beve un bicchierino,
mentre gli studenti guardano dalla finestra sognando di essere ammessi come
da bambini si sogna di essere Robin Hood. Grazie dell'ospitalità, se
la ritenete opportuna. Non vi assillerò più: come diceva Peppino
De Filippo "ho detto tutto". Con saluti Carlo Bernardini ===================== Enrica
MORLICCHIO (Napoli Federico II) Desidero
inserirmi nell'interessante dibattito on-line sul "3+2" e dintorni ricordando
che gli "imponibili di manodopera" (il riferimento è all'intervento
di Guido Martinotti - v. nota, ndr) sono possibili solo negli Atenei maggiormente
dotati di risorse, tra i quali non rientrano quelli del Mezzogiorno, penalizzati
da meccanismi di ripartizione basati su indicatori sensibili al contesto. Il
mio carico didattico ammonta attualmente a 18 crediti a cui si aggiungono le
lezioni nei corsi di Dottorato e la partecipazione a innumerevoli e spesso
inutili commissioni didattiche e di indirizzo e molti miei colleghi e colleghe
sono nella stessa (o peggiore) condizione. La possibilità di fare ricerca,
in questo caso, si fonda soltanto sulla buona forma fisica dei singoli che
li rende resistenti alla fatica e alla mancanza di sonno. L'esiguità
del numero di assegni di ricerca disponibili è tale da rendere difficile
il reclutamento di giovani ricercatori e la formazione di gruppi di ricerca
dotati di un minore turn-over. I toni particolarmente accesi della discussione
nascono anche da questa frustrazione, e vanno forse capiti e condivisi, fermo restando
l'invito di Martinotti a dare una maggiore base scientifica alla proprie affermazioni Enrica
Morlicchio Professore associato di sociologia dello sviluppo Facoltà
di Sociologia Università degli Studi di Napoli Federico II ===============
Peppino ORTOLEVA (Torino Statale) Cari
amici, vorrei esprimere il mio apprezzamento per l'intervento del mio vecchio amico
e sodale Carlo Bernardini. C'è un bellissimo passo di Adorno, in Minima
Moralia, che riprendo a memoria: "Tra nostalgia del luminoso passato e
adattamento rassegnato al presente l'intellettuale finisce sempre con lo sbagliare,
perché la scelta è tra diventare un adulto come tutti gli altri e
rimanere per sempre un bambino". Perdonerete le imprecisioni, ma il senso
è quello. Nel dibattito attuale sul 3+2, e in generale sul che fare
dell'ordinamento universitario mi pare si caschi in pieno in questo dilemma:
da un lato i Citati che soloneggiano in nome di un'idea di università
da conversazione al bar; dall'altro i modernizzatori stile "MIT di Genova"
(già solo la formula fa rabbrividire, per non parlare degli immensi
stanziamenti destinati a un guscio vuoto, e che finiranno come sempre in edilizia,
la madre di tutte le tangenti). Il 3+2 è stato introdotto male, in modo tardivo
e frettoloso; gli umanisti alla Citati hanno fatto di tutto per volgerlo a
proprio favore, facendone un puro prolungamento dei corsi quadriennali, senza
nessuno sforzo per cogliere le potenzialità. Adesso il coro sembra dominato
da un motivo unificante: come si stava meglio prima. L'università italiana
sta perdendosi ormai da molti anni, il 3+2 è un comodo capro espiatorio.
Se si cerca di abolirlo ora si blocca di nuovo tutto per anni e basta. E' questo
che vogliamo? O non conviene pensare che a questo punto l'urgenza è dare
un senso al 3+2 e capire le cause vere di una degradazione progressiva che
ormai si avvicina alla catastrofe? Con molti cari saluti Peppino Ortoleva straordinario
di storia dei media Università di Torino ============================ Giovanni
PALLOTTINO (Roma La Sapienza) Vedo
che c'e' un notevole dibattito sul 3+2 e dintorni con molte opinioni che girano. Puo'
essere utile, invece, occuparsi dei fatti, in particolare di come noi abbiamo
scelto di riformare gli studi di Fisica alla Sapienza. L'articolo e' stato
pubblicato sul Nuovo Saggiatore (2003) http://www.roma1.infn.it/rog/pallottino/articoli%20didattici/
riforma%20a%20F isica%20NS%202003.pdf E' certamente datato, ma forse
di qualche interesse anche oggi. Cordialmente Giovanni V. Pallottino ============================ ---------------------------- 07
giugno
Carlo BERNARDINI (Roma La Sapienza) Cari
amici dell'ANDU, non mi meraviglia il bombardamento di umanisti contro il 3+2.
Ma sono sbalordito del fatto che distribuiscano colpe così disinvoltamente
senza mai chiedersi perché sono solo gli umanisti a protestare. La volgare
posizione di Pietro Citati su Repubblica forse contiene il germe delle difficoltà: Citati
è convinto che l'élite dirigenziale sia fatta solo di umanisti eruditi
e che è sciocco ridurre i drop out restando così privi di fruttivendoli
e falegnami. Noi dei settori tecnico scientifici non abbiamo certo vita facile,
ma abbiamo cercato di "ottimizzare" la situazione: Luciano Modica
lo ha spiegato bene su Repubblica giorni fa. Ma noi, per tradizione, collaboriamo
tra docenti, stiamo nei dipartimenti dove dialoghiamo con gli studenti, ci
occupiamo di cose da capire e non solo da leggere (Citati e altri ne fanno
sempre una questione di numeri di pagine; e sembra la sola). Poi ci sono gli
screditati che si sentono offesi (4 crediti? al cocchier ne dà 6), sempre
tra gli umanisti: bé, c'è qualcosa di comico in questo modo solennemente
ingenuo di difendere il diritto acquisito di usare l'università il meno
possibile per starsene in luoghi meno infestati da giovani. Perdonatemi lo
sfogo, che è bonario e si rivolge solo a quei colleghi che non hanno
ancora guardato nell'orto del vicino. Bussate e vi sarà aperto: anche
noi "tecnici" (absit injuria...) vorremmo qualche miglioramento,
ma non pensiamo che tornare a lauree all'antica risolva i problemi. Con
saluti Carlo Bernardini, Dpt di Fisica, Università di Roma, la Sapienza ================ Leopoldo
CERAULO (Palermo) Cari colleghi, ho
seguito con interesse tutti gli interventi sul 3+2. Mi pare che sia sterile
una differenziazione tra lauree tecnico-scientifiche ed umanistiche ed anche
limitare la discussione al 3+2. Come ricercatore in ambito scientifico, preferisco
tentare un approccio sperimentale. Per
la mia esperienza oggi i nostri laureati hanno una preparazione ed una capacità
critica molto inferiore rispetto all'analogo "prodotto" antecedente
i provvedimenti sull'autonomia. Tralasciando l'aspetto relativo alle strutture
(aule, laboratori, ect.), ciò può essere attribuito a: * Una
riduzione della qualità dell'insegnamento. * Una minore preparazione
degli studenti che accedono agli studi universitari. * Una inadeguatezza
dei nuovi curricula formativi. Anche
se penso che i primi due punti abbiano un certo rilievo, ed in particolare
una inevitabile riduzione della qualità dell'insegnamento per l'enorme
aumento (fittizio) dell'offerta formativa che comporta un sovraccarico didattico
dei docenti, a mio avviso il punto più importante è che i nuovi
curricula sono sicuramente peggiori di quelli precedenti. Indipendentemente
dal numero dei crediti dei singoli insegnamenti, è impensabile che uno
studente possa sostenere un numero di esami annuali superiore a 6, e tutti
sappiamo come l'autonomia ha portato ad aumentare a dismisura il numero di
insegnamenti. Sono convinto che l'impianto generale di un corso di laurea dovrebbe
essere definito a livello nazionale, con poche varianti che rispecchino le specificità
delle varie sedi. Credo che sia necessario affrontare in maniera seria e non
affrettata una riorganizzazione dei percorsi formativi, ed in prima istanza
preferirei il sistema precedente che permetteva una formazione adeguata ed
apprezzata anche all'estero. Dopo si potrà pensare a come organizzare,
se si vuole anche un 3+2, un 2+3 o quant'altro, fermo restando che il primo
periodo deve fornire le conoscenze di base indispensabili, ed il secondo la
formazione specialistica, mentre attualmente è esattamente il contrario. Cari
saluti, Leopoldo Ceraulo Professore Ordinario di Chimica Farmaceutica Università
di Palermo ================ Giacomo
RASULO (Napoli Federico II) Cari
Colleghi Dopo tanto patire considerandomi un "asociale" poiché
vedevo nella legge Berlinguer la totale distruzione dell'insegnamento universitario
di qualità, oggi sono sollevato dallo scoprire di non essere solo. Altra
cosa che non ho mai compreso bene è cosa sia l'autonomia universitaria: significa
autonomia del pensiero? principio fondamentale! ma questo, per fortuna non
era stata mai messa in dubbio; significa libertà d'insegnamento? principio
basilare per l'insegnamento universitario che non è dottrinale ma formativo,
ma anche questo, per fortuna, non era stato mai messo in dubbio da nessuno,
ma sta fortemente vacillando con la riforma Berlinguer, per la quale agli studenti
dei tre anni iniziali non posso che dare molte nozioni informative e pochi
principi formativi. significa libertà di programmi? ma questa è
sbagliata se avulsa dalle richieste del mercato del lavoro, e pertanto un processo
autonomo non è detto che debba essere libero da qualsiasi vincolo. Pensando,
però, al grande successo di mercato che hanno avuto, nel campo della
medicina, i corsi triennali, completamente avulsi dai corsi di sei anni della
laurea magistrale, mi viene in mente che il principio di autonomia universitaria
potrebbe essere quello che, volendo discutere di una nuova legge universitaria,
questa parti dalla considerazione che le leggi possano essere diverse, per
i diversi tipi di laurea, e poi, magari, vi sia una legge quadro che ne unifichi
i soli principi di base. Molti saluti Giacomo
Rasulo Professore ordinario di Costruzioni Idrauliche presso la Facoltà
d'Ingegneria Dell' Università di Napoli "Federico II" ------------------------- 07
giugno Giovanni
PALLOTTINO (Roma La Sapienza) Guido
Martinotti si chiede Da dove viene fuori
che "in alcuni campi 'sfornavamo' i migliori laureati d'Europa"? (chi,
quando?) A costo di essere coinvolto
nel "ludibrio" menzionato poco oltre nel messaggio di Martinotti,
vorrei mettere a disposizione la seguente informazione: i
laureati "quadriennali" in Fisica hanno quasi sempre dimostrato ottima qualificazione
a livello internazionale, spesso a livello di PhD, sia nel recente passato
che quando da noi le scuole di dottorato ancora non esistevano, contribuendo
fortemente a quella "fuga dei cervelli" che al tempo stesso ci addolora
e ci inorgoglisce. Cordiali saluti Giovanni
Vittorio Pallottino Dipartimento di Fisica, Universita' di Roma La Sapienza ================
Stefano MANFERLOTTI (Napoli Federico II) Cari
amici, il prof. Pallottino ha (ovviamente) tutta la mia solidarietà. Nei
campi più vicini al mio (sulla disciplina che insegno taccio per ovvi motivi
di buon gusto) potrei limitarmi a citare i filologi romanzi, molti di livello
mondiale. E vorrei far riflettere il collega Martinotti (by the way, e solo
per amore di precisione. non sono dell'Orientale ma della Federico II) su un
solo fatto. Può anche andar bene che un laureato triennale in ingegneria
sappia, diciamo così, fare l'impianto elettrico di un condominio (lo
si può tranquillamente utilizzare in tal modo), ma come la mettiamo
con un laureato triennale in latino che sa a stento le declinazioni dei sostantivi?
O con un italianista che abbia letto, in tutto, dieci sonetti di Petrarca e
cinque canti della Divina Commedia? Che insegnanti avranno i nostri poveri
nipotini? Dove andranno a finire queste legioni di semianalfabeti? Sentiremo
mai, a sinistra (ed io sono di sinistra, ci tengo a sottolinearlo) un po' di
sana autocritica? Sono comunque contento che la mia letterina, volutamente
sommaria e volutamente provocatoria, abbia contribuito a stimolare un dibattito
in cui avremmo forse dovuto impegnarci anni fa. Meglio tardi che mai. Stefano
Manferlotti. ================ Pier
Carlo BONTEMPELLI (Chieti) Cari amici
e colleghi, vi scrivo pregandovi di diffondere, se lo ritenete opportuno, queste
mie riflessioni. Vorrei precisare, molto in breve, solo un paio di cose, citando
anch'io a memoria in merito a quanto scritto da Martinotti in data 5.6.2006
sul cosiddetto 3+2. Intanto, ha ragione Martinotti a scrivere che si dovrebbe
parlare più precisamente di "Bologna process" e non di 3+2 come normalmente
avviene. E allora, se è così, il processo avviato a Bologna va visto
nella sua articolata complessità di cui una formula (3+2) non dà certamente
conto. Vorrei però aggiungere a quanto detto da Martinotti che non è
vero che tutti i paesi europei avevano il "ciclo breve". La Germania, per
esempio, paese portatore di un modello di università fino a qualche anno
fa prestigioso, e, tra l'altro, del tutto gratuito, ha cominciato a realizzare
il Bachelor o Bakkalaureus (corso di laurea triennale) solo negli ultimi anni
e a partire soprattutto dalle università di nuova istituzione e in quelle
dei Laender orientali. E dunque si poteva, anche in Italia, agire con maggiore
riflessività e soprattutto si dovevano definire i corsi di laurea triennali
in base agli interessi generali e non delle singole lobbies. L'altro punto
di discussione su cui vorrei attirare l'attenzione dei colleghi è la
sorte della famosa bozza Martinotti, elaborata nel 1997 e diffusa con grande
risonanza, in cui si enunciava, tra le altre cose, il principio del contratto
da stipulare tra l'università, come fornitrice di servizi qualificati
accertabili, e lo studente come fruitore, che si impegnava, a sua volta, a
dare continuità nello studio e prestazioni di qualità. Molti
colleghi ricorderanno certamente quanto quella bozza sia stata "agitata"
e usata nel tentativo di fondare la nuova "moderna" università
basata sulla libera contrattualità e sulla concorrenza tra gli atenei.
Vorrei chiedere a Martinotti, quante sono e quante sono state, secondo la sua
opinione e la sua esperienza, le università che hanno cercato di rispettare
più o meno rigorosamente quel principio contrattuale che condivido.
Rispettarlo avrebbe infatti costretto gli atenei e gli studenti a operare secondo
parametri oggettivi e verificabili: tu mi dai aule, docenti, laboratori, biblioteche,
computer, lezioni, seminari ecc. e io mi impegno a frequentare e a conseguire
risultati positivi. Quello che ho potuto constatare de visu negli ultimi anni,
e, ripeto, non è certo colpa della bozza Martinotti così come
non è colpa del processo di Bologna, è stato l'avanzare e il
consolidarsi di un patto scellerato e di un gioco progressivo al ribasso, allo
scopo di laureare più studenti e più in fretta possibile, onde
dimostrare di essere più efficienti e più furbi di altri, in
barba a qualsiasi forma di contratto giuridico e etico (ma ha senso parlare
di "etica" in campo universitario?). Perché la nostra università
non si interroga, per esempio, sui requisiti minimi dei corsi di laurea, sulle
strutture, sulle biblioteche, sui servizi reclamizzati e non forniti? Perché
si accetta, spesso in silenzio per malinteso amore dell'"azienda",
il principio che dobbiamo vendere a tutti i costi un prodotto "taroccato"?
Perché non discutere se sia giusto mettere fine alla concorrenza (sleale)
tra gli atenei per affermare, dove possibile, sinergie positive? Forse soprattutto
di questo bisognerebbe discutere e non di formule (3+2, 1+2+3, Y o altro).
Mi rendo conto che queste mie brevi considerazioni saranno giudicate da molti
scarsamente "politiche" ma corro volentieri questo rischio. Cari
saluti a tutti Pier Carlo Bontempelli Prof. Ass. di Letteratura Tedesca Università
di Chieti =============
Guido MARTINOTTI (Bicocca) Ma
sì, questo lo sappiamo tutti. Ho frequentazioni con i fisici da lunghissimo
tempo (Berkeley 1963 con Nicola Cabibbo, Carlo Schaerf, Francesco Calogero,
per dirne alcuni e negli ultimi otto anni lavorando gomito a gomito con il
mio Rettore) e ho sempre apprezzato la qualità di quella che Carlo Bernardini,
mi pare, ha una volta definito _una isola felice_. Quando si parla della bontà
dei laureati italiani qualcuno tira sempre fuori i fisici. Ma la mia domanda
è: si può dare un giudizio su un sistema citando solo un pezzo,
importante fin che si vuole, ma definito? Si farebbe così in una comparazione
tra due sistemi fisici complessi o non si cercherebbero invece misure capaci di
esprimere in modo analitico o sintetico le proprietà dei due sistemi? Sono
sempre in attesa, soprattutto dalla parte di scienziati, di dati non episodici
e possibilmente, di osservatori terzi, che corroborino quella che per il momento
continuo a ritenere una fola _sui migliori laureati in Europa_. E soprattutto
una fola che non ci serve per andare avanti ora. GM --------------------------- Guido
MARTINOTTI: From: "Guido Martinotti" To:
"'ANDU'" <anduesec@tin.it> Subject: R: Su 3+2": indietro
x avanti Date: Sun, 4 Jun 2006 21:27:17 +0200 Cari
amici, e Stefano Manferlotti in particolare, va tutto bene, ma non inventiamo
favole e soprattutto non propaghiamole. Da dove viene fuori che "in alcuni
campi 'sfornavamo' i migliori laureati d'Europa"? (chi, quando?) Sono
stato per molti anni in diverse commissioni a livello europeo e davvero non
me ne sono accorto. Tra l'altro era difficile vederli perché in grandissima
parte i laureati italiani non sono poliglotti. E tra l'altro ancora è
statisticamente improbabile avendo noi avuto fino alla 509, 10% di laureati
sulla popolazione, dato che condividevamo con Portogallo, Turchia e Messico
soltanto. Mentre la maggior parte dei paesi europei sviluppati ne aveva sopra
il 20% e alcuni sopra il 30%. Quando uno studioso fa affermazioni di questo
genere, che vanno in giro anche al di là della nostra bolla confinaria,
o cita la fonte, oppure rischia di esporci al ludibrio di altri paesi d'Europa,
che con più legittimità aspirano a questa qualifica. Quanto
alla chiarezza dell'ordinamento ("fra le sue non poche qualità [.] aveva
anche quelle, decisive, della semplicità e della chiarezza") andate
a parlarne con i numerosi studenti postlaurea all'estero che (come me) hanno subito
l'esperienza, non proprio piacevole, di vedere adeguata la vecchia laurea al
livello BA. E soprattutto qualcuno, per favore, per favore, prima di parlare
di "chiarezza degli ordinamenti tradizionali" si vada a leggere le
carte del Bologna process cui partecipano ora 43 ministeri nazionali dell'università
dai 28 originali di Bologna. Dobbiamo credere che siano tutti cretini? Oppure
che facciano parte della SMERSH-Berlinguer per distruggere la università
italiana? Mi trovo attualmente a Barcelona in un comitato internazionale di
14 membri per la valutazione del dottorato online della UOC. In Spagna come
in tutti gli altri paesi d'Europa (se mi sbaglio accetto correzioni) nessuno
parla di 3+2, ma si parla di Bologna Process oppure, come in Francia del più
corretto LMD (Licence, Master, Doctorat). Tutti fanno fatica ad adeguarsi al
nuovo sistema, scelto appunto per ragioni di trasparenza e compatibilità,
ma da nessuna parte si insiste così tanto sull'"orrore" di
un ciclo breve. Anche perché era solo l'Italia a non averlo. Posso ricordare
il passo centrale della dichiarazione di Bologna del 1999? The
Bologna Declaration of 19 June 1999 involves six actions relating to: 1. a
system of academic grades which are easy to read and compare, including the
introduction of the diploma supplement (designed to improve international "transparency"
and facilitate academic and professional recognition of qualifications); 2.
a system essentially based on two cycles : a first cycle geared to the employment
market and lasting at least three years and a second cycle (Master) conditional
upon the completion of the first cycle; 3. a system of accumulation and transfer
of credits (of the ECTS type already used successfully under Socrates-Erasmus); 4.
mobility of students, teachers and researchers; 5. cooperation with regard
to quality assurance; 6. the European dimension of higher education. The
aim of the process is thus to make the higher education systems in Europe converge
towards a more transparent system which whereby the different national systems
would use a common framework based on three cycles - Degree/Bachelor, Master
and Doctorate. Come mai solo nel nostro
paese ci si è concentrati sulla formula giornalistica "3+2"
che esclude tutti gli altri aspetti dell'esperimento europeo e che ha dato
vita a pubblicazioni che di libro hanno a malapena il titolo e la copertina
cartonata (se qualcuno me lo chiede posso documentare questa affermazione,
con il necessario spazio)? Come mai si continua a ripetere come verità
assoluta la colossale ovvietà che non si possono fare bene in tre anni,
tutte le materie che si facevano prima in quattro o cinque e che è questo,
in aggiunta al perverso sistema di "imponibile di mano d'opera",
negoziato a livello centrale, uno dei nodi del problema, e non l'ipostatizzazione
di un numero qualsivoglia di anni per un percorso formativo? Come mai al mondo
ci sono università in cui, poniamo, si può diventare super avvocati
che operano a livello mondiale, in tre anni, più un paio di mesi per
l'esame professionale? Sono più stupidi i nostri studenti? Sono più
inetti i nostri professori? Oppure è l'imponibile di mano d'opera che
obbliga gli studenti a farsi "n" esami, in moltissime parti ripetitivi
perché l'iesimo gruppo cattedratico deve piazzare i suoi allievi e lo
può fare solo se controlla quell'orticello? Nessuno si può nascondere
le difficoltà legate a un cambiamento dal nostro sistema superfeudale
tradizionale che ha dato la prova di essere uno dei peggiori del mondo (dati
alla mano. Dati OCSE, ma non solo: io per esempio ho lavorato sui dati UNESCO
con risultati simili) a un sistema europeo articolato diversamente. Ma prima
di affermare che "gli studenti meritevoli provenienti dalle classi più
disagiate sono stati danneggiati moltissimo dalla riforma, che ha eliminato
quel po' di meritocrazia che (immagino l'università preriforma, ndr)
tutelava", occorre dire dove si trovano i dati che sostengono una affermazione
di questo tipo che dichiara l'opposto di tutte le ricerche fatte in argomento,
oltre che della comune esperienza. A scrivere blog e tatzebao siamo capaci
tutti, ma le discussioni in ambiente scientifico dovrebbero rispettare alcune
verità fattuali. Usiamo gli strumenti degli studiosi (scholars) e lasciamo
agli intellettuali come Pietro Citati la licenza di parlare, anche di cose
che non conoscono. Per esempio si smetta di ripetere con meccanica papericità
che "le imprese rifiutano le lauree triennali", perché come
ha dimostrato Andrea Cammelli nella conferenza "La Riforma alla prova
dei fatti. VIII Indagine AlmaLaurea sul profilo dei laureati.Caratteristiche
e performance dei 180.000 laureati 2005" (Verona, Aula Magna dell'Università,
giovedì, 25 maggio 2006) dove sono intervenuti molti studiosi e fortunatamente
pochi intellettuali, le imprese i laureati triennali non li hanno ancora visti.
Non sappiamo quindi se li vorranno o no, e far passare ora come un fatto accertato
quella che è solo l'opinione di chi parla è una azione da irresponsabili
perché rischia di danneggiare migliaia di studenti e trasformarsi nella
classica profezia che si autoavvera. Comunque poiché il problema dell'inserimento
dei laureati (tutti e di tutti gli anni) nel sistema produttivo italiano esiste,
e come, si cominci a ragionare di azioni da intraprendere in campo di politica
industriale e del lavoro, e non sempre limitando la visuale alla discussione
autistica sul sistema formativo. Nel caso specifico si può usare l'ampio
database creato da Alma Laurea (che può essere complementato, per una
copertura quasi totale del sistema, da quello del Cilea per le università
lombarde) da cui non risulta affatto che stia avvenendo quello che Manferlotti
asserisce con la sicurezza riservata agli assiomi. Se usiamo poi le esperienze
personali posso dire che nella mia facoltà da quattro anni è
attivato un corso di laurea triennale con numero programmato di 150 matricole
(più altre 150 del parallelo corso di Nettuno) in "Scienze del
turismo e comunità locale". In tutto fanno 300 matricole ogni anno
che conosco bene perché tengo uno dei moduli di trincea del primo anno.
Quasi nessuno di questi studenti - che non sanno il latino, ma che sono tra
i migliori che abbia avuto - sarebbe andato all'università senza il
ciclo breve. I laureati triennali vanno a collocarsi in un settore che è
uno degli assi portanti dell'economia del paese nel quale c'è un bisogno assoluto
di persone con preparazione universitaria specifica. Come si conciliano questi
dati e queste esperienze, che non posso ovviamente generalizzare, ma che hanno
una loro corposità numerica non indifferente, con l'opinione personale,
e allo stato non minimamente documentata, espressa dal collega dell'Orientale
che "studenti meritevoli provenienti dalle classi più disagiate
sono stati danneggiati moltissimo dalla riforma"? Non
ho nessuna difficoltà ad ammettere i molti problemi delle lauree triennali
e soprattutto quelli del passaggio alle lauree del ciclo lungo, per non parlare
del dottorato. Nella mia facoltà e anche in buona parte della mia università
si stanno sperimentando varie soluzioni: con molto impegno, posso anche dirlo,
perché essendo in sabbatico non parlo di me. Certo tutto sarebbe più
facile se ci fossero meno vincoli di imponibile di mano d'opera, che van bene
in una economia povera, ma sono letali per far crescere. Ma non posso sottoscrivere
il catastrofismo di tanti "sentenziosi intellettuali" e anche quello
di alcuni colleghi dell'ANDU intervenuti in questi ultimi tempi. Negli ultimi
venti anni l'università italiana, con tutti i suoi problemi, ha fatto
passi da gigante. Perché non stiamo a sentire chi ha fatto ricerche
accurate come Roberto Moscati, oppure come il coordinatore dei Presidi della
Facoltà di Scienze i quali hanno monitorato la 509 con il rigore degli
studiosi. A Verona il collega Enrico Predazzi dell'Università di Torino
già coordinatore delle Facoltà di scienze, concluso il suo discorso
dicendo (sono responsabile delle singole parole, perché prendevo note,
ma posso assicurare la corrispondenza del senso): "certamente ci sono
molti problemi nella applicazione della 509, ma non siamo neppur lontanamente
vicini alla situazione descritta da Pietro Citati" (che, aggiungo io,
non monitora un bel nulla, ma parla da intellettuale, sulla base del sentito
dire di "qualche amico" come lui stesso scrive). Quanto a "tornare
indietro per andare avanti" può darsi anche che ciò avvenga,
perché, come scrive Sartori, noi siamo un paese veramente strano. Ritorneremmo
così ad essere quel sistema universitario unico al mondo che i dati
di comparazione internazionale segnalano e con le caratteristiche di qualità
infime che gli erano riconosciute ovunque. Ricordiamoci però che quella
era "L'università dei tre tradimenti" (Raffaele Simone, Laterza,
Roma, 1993 (agg. 2000) prima che la banda Ruberti-Berlinguer ci mettesse mano)
e aspetto ancora qualcuno che produca una pubblicazione ante-marcia in cui
si elogiassero, allora e dati alla mano, tutte le virtù che oggi si
attribuiscono ai bei tempi andati, secondo una millenaria inclinazione della
nostra cultura di perenni laudatores temporis actis. -----Messaggio
originale----- Da: ANDU [mailto:anduesec@tin.it] Inviato: martedì
30 maggio 2006 14.41 A: Recipient list suppressed Oggetto: Su 3+2":
indietro x avanti da
Stefano Manferlotti all'ANDU sul "3 + 2": Cari
amici, penso che la soluzione più saggia sarebbe quella di tornare al
vecchio ordinamento, che fra le sue non poche qualità (in alcuni campi
"sfornavamo" i migliori laureati d'Europa) aveva anche quelle, decisive,
della semplicità e della chiarezza. Apportandovi le indispensabili modifiche,
naturalmente, ma senza fare come i responsabili della riforma, che hanno buttato
il bambino per tenersi l'acqua sporca. Non solo, ma gli studenti meritevoli provenienti
dalle classi più disagiate sono stati danneggiati moltissimo dalla riforma,
che ha eliminato quel po' di meritocrazia che tutelava. Che se ne sia reso
responsabile un governo di sinistra è uno di quei tristi paradossi della
storia. Ma ora bisogna interrompere questo circolo perverso. La riforma è
insalvabile, i correttivi proposti (imposti) in questi ultimi mesi l'hanno
resa ancora più macchinosa e impraticabile. Insomma, tornare indietro
per andare avanti. Saluti cordiali, Stefano Manferlotti ordinario di letteratura
inglese Università di Napoli Federico II |