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Palazzo apparteneva probabilmente a un membro della famiglia reale o ad un alto
funzionario del regno. La parte finora scavata è costituita da oltre 25
vani, distribuiti attorno a una corte acciottolata lunga 16 metri e larga 10,
che facevano forse parte del settore d'ingresso dell'edificio palatino. Fra i
vani portati alla luce si trovano anche ambienti con funzioni domestiche come
cucine e magazzini. Il palazzo si trova ad oriente di quello reale, l'edificio
più alto della città, vero fulcro del potere della dinastia qatnita.
"Le scoperte dell'ultima campagna sono notevoli - spiega il direttore degli
scavi, Daniele Morandi Bonacossi, professore di Archeologia e Storia dell'arte
del vicino oriente antico - perché per la prima volta consentono di comprendere
l'impianto urbanistico della città antica nell'età del Tardo Bronzo,
dal 1600 al 1200 a.C.". Attorno al
XVII secolo a.C. il Palazzo Orientale fu temporaneamente abbandonato e nei suoi
vani vennero scavate le sepolture di una necropoli costituita da tombe in giare,
con corredi rappresentati da vasi miniaturistici e oggetti personali in bronzo
come, ad esempio, spilloni per fermare le vesti. Il Palazzo fu ricostruito nel
XVI secolo a.C. per essere poi definitivamente abbandonato, forse a seguito del
violentissimo incendio che, attorno al 1340 a.C., distrusse il Palazzo Reale probabilmente
nel corso di una campagna militare ittita contro Qatna. Sopra il complesso palatino
ormai deserto fu edificato un quartiere abitativo. Nelle case gli archeologi dell'ateneo
friulano ha rinvenuto importanti collezioni di ceramica risalenti al XIII secolo
a.C. che dimostrano come la vita nella città dopo la distruzione ittita
sia continuata, sia pur su scala ridotta. Nel corso della campagna in Siria
è proseguita anche la ricognizione archeologica di superficie del deserto
della Palmirena condotta dall'Università di Udine in collaborazione con
la Direzione delle antichità e dei musei di Siria e l'Università
di Milano. È il primo progetto di prospezione sistematica di una regione
desertica ancora sostanzialmente sconosciuta, situata fra le oasi di Palmira e
di Qaryatein, attraverso la quale, almeno fin dal III millennio a.C., passava
la grande via carovaniera che collegava la Mesopotamia e la regione del Golfo
Persico al bacino del Mediterraneo. | |
L'analisi di immagini satellitari ad altissima
risoluzione ha già evidenziato l'esistenza di oltre 800 siti archeologici,
datati fra il Paleolitico Medio (120.000-45.000 a.C.) e il Medioevo islamico,
costituiti da insediamenti stagionali (accampamenti di pastori, trappole per la
caccia di gazzelle, recinti per le greggi), ma anche da tumuli sepolcrali, villaggi,
insediamenti fortificati e castelli romani e medievali. Imponenti, soprattutto,
le strutture relative alla gestione dell'acqua: grandi cisterne, vasche, acquedotti
e canali. L'acqua veniva portata ai siti dagli wadi (corsi d'acqua stagionali)
o dalla falda acquifera attraverso canali sotterranei o strutturati (veri e propri
acquedotti) lunghi anche chilometri, dove veniva poi raccolta in grandi bacini.
Esemplare e straordinario nella sua imponenza
è, ad esempio, il caso della diga romana di Kharbaqah, uno sbarramento
del corso di uno wadi nella parte occidentale della regione esaminata dagli archeologi
udinesi. Costruita probabilmente nel I secolo d.C. con blocchi di pietra squadrata,
alta 20 metri e lunga 345, formava un bacino idrico a monte. Verso il 728 d.C.
il Califfo Hisham la fece trasformare in un acquedotto per portare l'acqua al
castello di Qasr el-Hair el-Gharbi, una ventina di chilometri più a valle,
e irrigare un'oasi artificiale con campi e giardini. I
lavori di scavo e di creazione di un parco archeologico a Mishrife/Qatna, e di
ricognizione nel deserto della Palmirena, iniziati dall'Università di Udine
nel 1999, sono condotti grazie anche al sostegno della Fondazione Crup e del ministero
degli Affari Esteri, e proseguiranno nel 2008. Ad essi partecipano ogni anno anche
numerosi studenti e dottorandi dell'Ateneo che vengono così formati sul
campo nelle moderne metodologie e tecniche della ricerca archeologica.
BUR.IT 27.11.07 |