(...la parte iniziale di questo articolo e' pubblicata nella
homepage del BUR del 23/01/2002)
Paolo Ferrari è uno degli studenti che, al termine del suo percorso
quadriennale di formazione nel corso di laurea in Fisica con indirizzo
Biosistemi, hanno scelto di specializzarsi nel settore medico. Ha dedicato
infatti la sua tesi di laurea - dal titolo: "Monitoraggio acido-base durante
intervento cardiochirurgico per la valutazione dell'efficienza della
protezione miocardica" - ad analizzare il problema delicato della
valutazione in tempo reale delle condizioni di salute del cuore durante gli
interventi chirurgici a cuore aperto. La sua tesi, che è stata discussa oggi alla facoltà di Scienze a
Povo, è un esempio di sinergia tra ambiti disciplinari e competenze diverse. La parte
sperimentale del suo lavoro, infatti, si è svolta nella Sala di Cardiochirurgia dell'Ospedale S. Chiara di Trento con il supporto dei
chirurghi e anestesisti dell'unità di cardiochirurgia, mentre la parte di
analisi è stata condotta nel Laboratorio di Biosegnali del Dipartimento di
Fisica dell'Università di Trento, sotto la supervisione dei professori Renzo
Antolini e Giandomenico Nollo. Nella tesi di laurea Paolo Ferrari le tecniche per monitorare lo stato di
salute del cuore durante gli interventi Faciliterà il lavoro del chirurgo soprattutto nei casi più complessi.
Una piccola sonda capace di misurare lo stato di salute del cuore mentre
questo è fermo per permettere al cardiochirurgo di operare in sicurezza.
Questa, in sintesi, la realizzazione fatta nel corso della tesi di laurea,
frutto della collaborazione tra il Dipartimento di Fisica (Laboratori di
Biofisica e Biosegnali, diretti dal professor Renzo Antolini e dal dottor
Giandomenico Nollo) e l'Unità operativa di cardiochirurgia dell'Ospedale S.Chiara di Trento, coordinata dal dottor Angelo
Graffigna. |
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L'intervento cardiochirurgico richiede, infatti, l'arresto del cuore e
l'attivazione della circolazione extracorporea. In queste condizioni il
cuore non è più irrorato e quindi forzato in una condizione di
ischemia. Per evitare di danneggiare il cuore il cardiochirurgo riduce la sua richiesta
d'ossigeno con dei particolari farmaci e, ad intervalli regolari di circa 15
minuti, pompa sangue fresco dall'esterno per riossigenarlo. Anche se questa
procedura si è dimostrata efficace nella maggior parte dei casi, può non
essere sufficiente per interventi prolungati ben oltre l'ora o su cuori già
compromessi e quindi non in grado di sopportare elevati livelli di stress
(circa il 15% dei casi). Fino ad ora il cardiochirurgo non aveva alcun elemento per giudicare lo
stato di sofferenza del cuore e decidere, ad esempio, sul proseguimento o
meno dell'intervento, sulla riossigenazione in tempi ravvicinati o sull'adozione di altri interventi protettivi. In alcuni casi questo limite
poteva compromettere la buona riuscita dell'intervento
cardiochirurgico. Con la sonda messa a punto grazie a questo studio il cardiochirurgo ha ora a
disposizione una misura del metabolismo cardiaco e può adeguare i tempi e le
modalità dell'intervento alle specifiche esigenze del cuore su cui sta
operando. Aumentano così i livelli di sicurezza dell'intervento e si aprono
ulteriori possibilità di intervenire chirurgicamente anche su pazienti nei
quali fino ad oggi l'intervento era precluso per l'elevato rischio connesso
all'operazione. In sintesi, attraverso la misura del pH e della concentrazione di anidride
carbonica del muscolo cardiaco - ottenuta attraverso la modifica di una
sonda originariamente impiegata in rianimazione per la misura dei gas sanguigni - il cardiochirurgo potrà adeguare il rifornimento di ossigeno al
cuore durante l'intervento, operando così con maggiore tranquillità anche in
casi complessi o che richiedono lunghi tempi di intervento.
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