(...la parte iniziale di questo articolo e' pubblicata nella
homepage del BUR del 21/01/2002)I
risultati pubblicati sulla prestigiosa rivista "Lancet". Studi cominciati
quindici anni fa, e tuttora in corso, presso la sezione di Farmacologia del Dipartimento
di Scienze biomediche dell'Università di Modena e Reggio Emilia, coordinate dal prof.
Alfio Bertolini, ordinario di farmacologia, hanno permesso di individuare l'effetto
salvavita in condizioni di shock emorragico nell'animale e nell'uomo di neuropeptidi
melanocortinici (melanocortine: ACTH-MSH), mediato da ricettori localizzati nel sistema
nervoso centrale, cui si accompagna la normalizzazione dei livelli ematici di vari
mediatori dello shock (TNF-alfa, NO, radicali liberi).
Le ricerche condotte per chiarire il meccanismo dell'effetto
anti-shock delle melanocortine indicano che questi peptidi, legandosi a recettori
melanocortinici, localizzati nel sistema nervoso centrale, attivano o ripristinano la
mobilizzazione del sangue residuo ristagnante (intorno al 50%) nei letti periferici,
riflesso che in condizioni di shock è apprentemente inibito dalla massiccia liberazione
di oppioidi endogeni, di nitrossido, ecc..
Successivi studi hanno portato alla scoperta dell'azione
salvavita di altri farmaci che, come i peptidi melanocortinici, alle dosi anti-shock, non
provocano modificazioni cardiovascolari in condizioni normali, ma solo in condizioni di
fallimento della funzione cardiovascolare. La loro iniezione in vena a soggetti in stato
di shock, anche gravissimo, è in grado di riportare, così come l'iniezione in vena delle
melanocortine, pressochè alla normalità la pressione arteriosa, la perfusione degli
organi più importanti, i parametri ematochimici, la funzione respiratoria, nel giro di
pochi minuti e per una durata di alcune ore.
Si assiste in pratica ad una temporanea risoluzione dello
stato di shock, che impedisce lo sviluppo di danni irreversibili agli organi vitali,
almeno per il tempo sufficiente ad instaurare tutti i trattamenti compensativi
(trasfusione di sangue, ecc.). Questi farmaci, alle dosi drammaticamente attive in
condizioni di shock, sono del tutto privi di effetti collaterali nel soggetto sano.
Ora un'ampia casistica clinica, i cui risultati sono stati
ospitati e pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica "Lancet", la quale
si rifà alla sperimentazione effettuata nella divisione cardiochirurgica dell'Ospedale
Villa Maria Cecilia di Cotignola (Ravenna), prova che si è individuato un approccio
veramente innovativo e razionale al trattamento dello shock emorragico: sono raddoppiati
gli indici di sopravvivenza che normalmente si hanno con la sola somministrazione di
plasma o sangue. |
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<Queste sostanze - spiega il prof. Bertolini - sono
pienamente attive a dosi bassissime (circa un decimo di milligrammo per ogni chilo di
peso) e, a queste dosi, sono praticamente prive di qualsiasi tossicità>. Contesto della ricerca.
Nei giovani e negli adulti fino a 40 anni di età, la causa più frequente di morte
è lo shock post-traumatico (nella stragrande maggioranza dei casi in seguito ad incidenti
stradali o ad infortuni sul lavoro, o anche a grandi catastrofi od eventi bellici), che
spesso porta un grande traumatizzato ad una rapida e temporaneamente (fino all'arrivo dei
soccorsi) inarrestabile emorragia.
Trattandosi di persone giovani e nel pieno dell'attività
lavorativa, questo comporta ovvie, pesantissime conseguenze sul piano familiare,
affettivo, lavorativo, sociale ed economico. Ma, la morte per shock è piuttosto frequente
anche in età più avanzata, per esempio in seguito a gravi patologie cardiovascolari,
come l'aneurisma dissecante dell'aorta.
Per salvare il soggetto in stato di shock bisogna
ripristinare nel più breve tempo possibile la perfusione sanguigna degli organi vitali. E
nei casi più gravi e drammatici nemmeno una trasfusione di sangue intero può essere
utile, se non viene eseguita in tempi brevissimi. Entro la prima ora successiva al grande
trauma e/o alla massiccia emorragia, infatti, si innesca nell'organismo una cascata di
eventi che sfocia nelle complicazioni tardive dello shock emorragico post-traumatico, come
la sindrome da scompenso multiplo di organo.
<E nel momento in cui queste complicazioni diventano
clinicamente evidenti - chiarisce il prof. Bertolini - le possibilità per un intervento
farmacologico o di altra natura sono ormai scarsissime. Inoltre, è quasi sempre
impossibile praticare una trasfusione di sangue compatibile "sul campo", entro
pochi minuti dal trauma>. Approdo della scoperta.
E' di straordinaria importanza il fatto che queste sostanze
sono assolutamente ben tollerate e praticamente prive di effetti collaterali, nonché
pienamente attive per dosi bassissime. <Questo significa - afferma il prof Bertolini -
che il volume da iniettare in vena è molto piccolo e che la loro somministrazione non
richiede particolari cautele o competenze, perciò può essere fatta dai primi
soccorritori già sul luogo dell'incidente>. |