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(...la parte iniziale di questo articolo e' pubblicata nella homepage del BUR del 21/03/2002)

A Roma resta il suo capolavoro assoluto, la volta della cupola di Sant'Andrea della Valle, con cui nasce il linguaggio barocco, quell'arte della visione che e' simile, come scrisse il Bellori, ad un concerto di armonie. La rassegna romana e' quindi arricchita dalla possibilità di visitare anche questa chiesa ed ammirarne gli affreschi della volta (grazie ad una nuova illuminazione realizzata grazie all'impegno di Civita), che però sono stati fatti rivivere nelle sale di Palazzo Venezia da Rai Educational con tecnologie multimediali nell'ambito del Progetto Idea per le 'Mostre impossibili'. La mostra e' il primo vero sforzo per far conoscere al vasto pubblico il genio di Lanfranco, finito nel dimenticatoio per la dispersione, durante i secoli, delle sue molte opere, alcune delle quali sono andate distrutte. 


Alla prima edizione della mostra, ha raccontato Sgarbi, c'e' stata una certa delusione, perché la dimensione della tela non si confà alla poetica dello spazio di Lanfranco, molto moderna per la sua epoca, certamente di più di quella dell' ''odiatissimo Domenichino'' (anch'egli allievo di Annibale Carracci). Ma ad un più attento esame, persino le opere meno riuscite, che a volte sembrano incompiute, manifestano un principio di ''non finito psicologico'', la necessità di non chiudere le forme nella costrizione del disegno (in cui invece era maestro appunto Domenichino, il rivale di sempre). Lanfranco, ha concluso Sgarbi, e' pittore pascaliano, del cuore e della emotività, il che spiega perché ci sono anche dipinti meno belli di altri.