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(...la parte iniziale di questo articolo e' pubblicata nella homepage del BUR del 05/03/2002)

L’invenzione del capitalismo e della libertà privata e la rilettura della tradizione repubblicana romana operate dai rivoluzionari americani sono all’origine di quel processo di secolarizzazione che è parte costitutiva delle modernizzazioni. E il passaggio dalla libertà degli antichi alla libertà dei moderni, che ha trovato negli Stati Uniti la loro massima espressione, è la premessa e il fondamento della democrazia rappresentativa. Se è vero che non possiamo non dirci, ad un tempo, cristiani e americani, italiani e moderni, è altrettanto vero che per diventarlo nei nostri comportamenti quotidiani e nel funzionamento delle nostre istituzioni è necessario imparare sia a coltivare la memoria collettiva dell’Italia e degli italiani sia a comunicarla tra noi, alle nuove generazioni e agli altri. Se comunicare significa soprattutto porsi il problema dell’altro e se, dunque, l’identità di un Paese e dei suoi abitatori dipende dalla capacità di comunicarla e di metterla in gioco nell’agire comunicativo, diventa cruciale porsi il problema del rapporto di interdipendenza tra la capacità di coltivare la memoria collettiva e quella di comunicarla. Se manca la prima manca anche la seconda. E la prima manca, secondo l’ipotesi centrale del libro, perché i “capi sono nemici”, perché in altre parole, le classi dirigenti italiane post-unitarie – nella successione dei tre regimi che hanno governato lo Stato italiano – non sono riuscite ad essere una classe dirigente nazionale, non hanno saputo rappresentare gli italiani, non li hanno saputi ascoltare. Bechelloni ricostruisce l’itinerario che ha percorso e sta percorrendo (ricco anche di riferimenti autobiografici) per costruire il tema e l’ipotesi interpretativa che declina con riferimento al processo di nazionalizzazione degli italiani, inteso come un processo di lunga durata non ancora concluso e dagli esiti aperti. Un percorso nel quale lo Stato unitario, costruito da segmenti delle classi dirigenti nel succedersi dei tre regimi che lo hanno caratterizzato – monarchico- liberale, monarchico-fascista, repubblicano-democratico – si è trovato più volte in rotta di collisione con gli italiani, non riuscendo a mettersi in sintonia col processo di nazionalizzazione che gli italiani percorrevano “per conto loro”, attraverso i rapporti e le configurazioni che andavano costruendo con i viaggi, il mercato, i media, lo sport; un processo di nazionalizzazione che ha portato centodieci-centoventi milioni di italiani – in Italia e fuori d’Italia – a sentirsi parte di una noità, di quella comunità immaginaria e immaginata che si chiama nazione.
E’ necessaria molta umiltà, mettersi all’ascolto e guardare all’Italia non solo dal punto di vista degli intellettuali, delle élites dirigenti, bensì anche dal punto di vista delle persone comuni, degli esseri umani in carne e ossa, che sono nati e cresciuti in questo Paese, che ci vivono e ci lavorano, che lo fanno esistere, con le loro interazioni e con le loro culture, così com’é.  Il capitolo 6, BIENNIO FATALE, è centrale Le vicende occorse in Italia nel biennio 1943-45 e in particolare nei ventidue mesi che intercorrono tra il 10 luglio 1943, sbarco degli Alleati sulle coste meridionali della Sicilia e il 25 aprile 1945, data simbolo della Liberazione – sono decisive per comprendere quella che Bechelloni considera una svolta nel lungo processo di nazionalizzazione degli italiani.
Una svolta provocata dal fatto che la stragrande maggioranza degli italiani ha sperimentato, per la prima volta direttamente e in prima persona, il sentimento della propria comune appartenenza alla nazionalità italiana. La guerra, con il secondo conflitto mondiale, diventa un fatto sociale importante perché: 1) Si impiega per la prima volta in modo massiccio la forza aerea; 2) Per la prima volta le truppe terrestri non si spostano più a piedi o a cavallo bensì su mezzi di trasporto semoventi e corazzati, dotati di una velocità e di una potenza di fuoco incommensurabili rispetto al passato; 


3) Si realizza una presenza importante, in quasi tutti i paesi, di una forma di guerra – la lotta partigiana – che contribuisce a generalizzare la presenza della guerra sul territorio e a rendere labili i confini tra soldati e civili. Il fatto che gli italiani, soprattutto quelli di loro più chiusi nei confini istituzionali della sola famiglia, abbiano potuto partecipare il valore della territorialità, che è elemento costitutivo della nazionalità, proprio nel momento in cui lo Stato – che si era proposto come simbolo e nume tutelare della nazione – si sfascia e le classi dirigenti si dividono e si combattono in nome di contrapposte ideologie, il fatto di questa percezione è, a giudizio del sociologo fiorentino, molto importante per capire gli sviluppi successivi alla guerra della storia italiana. Si viene a costituire una realtà intermedia tra famiglia e Stato, indipendente da entrambi, che è la coscienza collettiva nazionale, l’idea che gli italiani sono accomunati dalla residenza su di un territorio ben identificato dalla geografia e dalla storia. Un territorio che la guerra ha violato; ma che proprio quella violazione ha reso riconoscibile come comune agli italiani, come spazio delimitante di una noità. 
Non è vero, come molti sostengono, che gli italiani non abbiano un sentimento nazionale e che questo sia un tratto distintivo della nostra noità. 
Bechelloni sostiene da un lato che tale sentimento esiste e ha origini lontane nel tempo. Dall’altro che esso si è venuto allargando e consolidando a partire dalla nascita dello Stato unitario e soprattutto a partire dal biennio 1943-45.
In secondo luogo l’autore argomenta che nella costruzione, nel mantenimento e nella generalizzazione di tale sentimento di appartenenza, un ruolo centrale e importante è stato svolto dai media di comunicazione e, tra essi negli ultimi cinquant’anni, soprattutto dalla televisione. 
Controcorrente rispetto all’opinione di molti commentatori è Bechelloni anche quando afferma, in base a molte ricerche condotte sul campo, che gli italiani percepiscono bene il loro senso di appartenenza. Semmai prendono le distanze dalle istituzioni. Colgono le dimensioni geografiche e storiche del proprio destino ma nutrono riserve, non hanno per le istituzioni e lo Stato la stessa fiducia degli altri europei. Sono dati su cui riflettere, soprattutto a proposito dei riferimenti, che si trovano negli elaborati degli studenti, al carattere interattivo dell’identità, quando i ragazzi parlano della “scoperta” che hanno fatto della propria identità italiana attraverso la duplice esperienza delle migrazioni interne o dei viaggi all’estero. Come la storia, così molta della comunicazione è rimossa. Quando si leggono le recenti analisi sulla decadenza della sfera pubblica e sulla debolezza del senso civico si può capire che dietro le righe c’è l’idea di un modello di cittadino bene informato e bene educato che assomiglia più a quello di un santo che non ad un essere umano in carne e ossa che vive in quest’Italia mal regolata da troppe leggi. Impostare, dunque, un’efficace attività di comunicazione pubblica vuol dire molto di più di quanto normalmente si pensi. Il punto fondamentale del ragionamento di Bechelloni è che la comunicazione diventa necessaria nel cambiamento, nella società aperta, nella mobilità. Perché la cultura della comunicazione è un complesso bagaglio intellettuale al servizio della costruzione comunitaria e quindi della condivisione.