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(...la parte iniziale di questo articolo e' pubblicata nella homepage del BUR del 21/11/2001)

La campagna romana, fin dal '600, aveva colpito gli artisti europei che si cimentavano con il 'Gran Tour', toccando i luoghi storici ed evocativi della patria dell'arte e della culla di civilta'. Pittori come Poussin o Gelée avevano colto le atmosfere e le luci di una terra sentita allora come luogo di solitudine e silenzio, salendo a Nord fino a Civitavecchia e al monte Soratte, scendendo a Sud e toccando Terracina, percorrendo la fascia interna, lontana dalla costa per arrivare fino ai monti Lepini e agli Ausoni. Era un paesaggio in cui si susseguivano paludi, colline, ampie distese disabitate punteggiate da ruderi di acquedotti e torri, catene montuose fitte di boschi, di forre inaccessibili, burroni scoscesi. E piu' che da uomini, queste terre erano popolate da buoi, bufali, cavalli, capre e pecore, mentre la campagna si riversava fin nella Citta' Eterna con vigne e orti lussureggianti. Questo paesaggio variegato e mutevole, comincio' ad attirare artisti e letterati solo nella seconda meta' del settecento, grazie al razionalismo illuminista e quindi con i pre-romantici.


Lo scrittore Chateaubriand descrive, nel 1804, il fascino ineguagliabile di quei luoghi straordinari nella sua famosa 'Lettera sulla campagna romana', mentre i pittori Jacob Phillipp Hackert e Jean Baptiste Corot, in modi diversi, si ispirano a quei luoghi per i loro capolavori. In mostra ci saranno loro opere e quelle degli artisti stranieri attivi a Roma nell''800, soprattutto l'inglese Charles Coleman, ma anche il pittore romano Nino Costa e i protagonisti del sodalizio 'In Arte Libertas'. Ai primi del '900, nasce invece il gruppo del 'XXV', che raccoglie artisti come Coleman, Carlandi, Sartorio, Raggio, Petiti, Cambellotti. Il percorso della mostra termina con le opere di Giacomo Balla, che traspone con verismo romantico la luce e il colore degli angoli della campagna romana direttamente contigui con la citta'.