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(...la parte iniziale di questo articolo e' pubblicata nella homepage del BUR del 24/10/2001)

''Credo nell'umanita' e negli sforzi fatti per migliorare il mondo, con tutte le colpe che l'uomo porta con se', e la mia politica e' la difesa dell'individuo.'' Artista visivo, regista teatrale, scrittore e appassionato disegnatore, Jan Fabre e' nipote del famoso entomologo Jean-Henri Fabre, da cui ha ereditato la passione per le scienze naturali e in particolare per gli insetti. Il suo lavoro e' popolato da coleotteri, con cui rappresenta il mito kafkiano della trasformazione della natura e della condizione umana.

La metamorfosi in Fabre diventa soprattutto metafora dell'operare artistico; si sviluppa attraverso momenti di passaggio, cambiamenti di stato espressi da elementi simbolici e al tempo stesso estremamente reali, come quando usa brandelli di carne. Un intero ambiente della Galleria Comunale e' occupato dall'installazione ''Umbraculum -un posto ombreggiato dove pensare e lavorare lontano dalla vita quotidiana''.

Qui pesanti seghe elettriche, posate sul pavimento a memoria di passate torture, sono sovrastate da protesi sospese e ricoperte da luccicanti carapaci di scarabei. ''Questi insetti sono per me simboli positivi, spiega l'artista.


Il loro guscio cangiante ha delle qualita' di luce e movimento, e' in realta' uno scheletro esterno. Si puo' imparare molto dall'adattabilita' degli animali: in un epoca in cui tutto e' artificiale, anche il corpo umano, dovremmo tornare al nostro essere interiore e potremmo sopravvivere con un'altra pelle, se riusciamo a farne anche noi uno scheletro esterno.'' A ricordare il suo tema prediletto Fabre ha disposto le forme vuote di monaci senza volto, tratte da un disegno di Bruegel, che si compongono di sottili schegge di ossa animali e umane. L'artista racconta come i monaci siano il simbolo del suo progetto impossibile: ''sono viaggiatori dell'anima che non hanno niente da perdere, sono liberi fisicamente e spiritualmente.'' Fabre parla anche del suo spettacolo, dichiarando che ''e' la storia del corpo che si lamenta e si ribella. Viviamo in un mondo in cui regna il 'terrore della pulizia': ci fanno credere che gli animali non vengano uccisi, quando andiamo in macelleria e vediamo la carne in asettici pacchetti di plastica. Ho scelto di inserire citazioni che vanno dagli anni Quaranta agli Ottanta, come la canzone di Leo Ferre' o il testo di Dario Fo su Ulrike Meinhof, per mostrare una costruzione temporale in cui l'uomo cambia e l'individualita' viene distrutta.''